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Intervista a Matteo Guarnaccia

 

 


Di Italo Bertolasi (Re nudo, aprile 2001)

 

Matteo Guarnaccia, pittore, scrittore, filosofo e maestro della psichedelia. Mi piacerebbe però che fossi tu a definirti in poche parole.
Sono un ricercatore curioso che sta percorrendo il sentiero del cuore.
 

La tua curiosità ti ha portato ad interessarti di culture lontane. Nei tuoi disegni hai fatto rinascere la magia dello sciamanesimo e ci hai avvicinato alla ricchezza celata nella wilderness, lo spazio selvaggio del pianeta e delle popolazioni indigene che la custodiscono. Perché questo interesse speciale per lo sciamanesimo?

La sensibilità e la curiosità dell’artista lo portano naturalmente ad entrare in contatto con altri mondi, con altri stati di coscienza che appartengono anche allo sciamano. Se non teme e osa, si sintonizza con le stazioni pirata della psiche e vede il mondo per quello che è veramente: immenso, desolato e magico. Le prime opere d’arte dell’umanità nascono dai riti e dalle magie degli sciamani. Fin da bambino sono stato attratto dalle opere d’arte della preistoria, restavo sgomento davanti alle riproduzioni dei potenti animali dipinti nelle grotte di Lascaux. Quelle pitture non erano semplici virtuosismi estetici quanto atti di riverenza nei confronti della Vita, strumenti per riequilibrare l’energia del gruppo, ponti tesi dall’artista-sciamano per muoversi agevolmente tra diversi livelli planetari. Questa è l’“arte” che mi appartiene, un’esperienza esistenziale che è allo stesso tempo gioco, viaggio e condivisione. Non mi interessa l’arte vissuta (e venduta) come atto di arroganza, sfida o vanità.

Durante l’atto temporaneo della creazione si acquisisce la saggezza cellulare comune a tutti gli esseri viventi. Quando mi trovo davanti all’abbacinante distesa artica del foglio bianco, la mia spina dorsale comincia a scodinzolare, le mie protesi creative (matite e pennelli) si inturgidiscono e puntano verso l’obiettivo. Inizio a contemplare quel biancore come se mi trovassi dinanzi al mio scheletro. La carta, che è il risultato finale di vari fasi - morte, macerazione e rinascita - è un perfetto terreno per cerimonie sciamaniche. Stendervi sopra i colori, inocularvi lampi di energia fluttuante, significa tracciare nervi, vene, sangue sulle nostre ossa e dar loro nuova vita.


Negli anni Settanta dipingevi tribù di elfi e maghi. Negli anni Ottanta sei passato alle chimere. Ricordo un lavoro per
Panorama dove io avevo fotografato delle modelle che tu avevi trasformato in “chimere” attraverso l’uso dei colori e di “protesi” di pane. Qual è oggi il soggetto che preferisci dipingere nei tuoi quadri?

Dipingo la meraviglia e lo stupore che provo di fronte alla vita. Il corpo femminile, fantastico laboratorio alchemico in cui cresce la vita, è il mezzo visivo più immediato per rappresentare questa metamorfosi continua in cui siamo impegnati. Dipingo il processo evolutivo, cercando di cogliere il magico attimo in cui emerge una nuova consapevolezza, provando a non “fermare la farfalla con uno spillo”. Mi piace l’immagine Zen di uno stormo di anatre che volano sopra uno specchio d’acqua senza preoccuparsi di lasciare traccia. Ecco, cerco di raccontare questo tipo di leggerezza. 
 

Un’altro dei tuoi soggetti preferiti è quello delle ”madonne tantriche” che giocano con sessi giganti che riversano sulla terra schizi di sperma color arcobaleno e magiche ambrosie. Nei tuoi quadri la donna è la grande iniziatrice e la “maestra dell’amore”.
La donna è il riflesso splendente della divinità, è la Dea stessa. Anni fa avevo dipinto una serie di quadri ispirati al tantrismo indiano. Volevo evidenziare l’importanza e la sacralità dell’energia vitale - sessuale e tantrica - che, risvegliata a dovere, mette in moto forze tremende e sconosciute all’interno della nostra mappa genetica. Forze temute e represse dalla cultura giudaico-cristiana che riescono a sgaiattolare fuori in maniera imprevedibile scombinando la realtà programmata. Con quei miei quadri io volevo rendere omaggio ancora una volta alla donna sciamana, alla maga, alla dea madre che amministra questo potere.


Quali sono gli ultimi temi dei tuoi quadri?

Visioni dal confine tra le cose. Un confine che è sempre molto sfumato e che ci avvicina al mondo minerale, vegetale ed animale. Un modo per rammendare quegli strappi antropocentrici - mentali ed energetici - che per troppo tempo ci hanno separato da tutto il resto del Vivente.


Mi vengono in mente quelle deliziose immagini pubblicate su un famoso numero della rivista
Village che ritraggono bellissime fanciulle che hai trasformato in moderne Kali e in Dee Madri, sensuali e pagane. Anche la body painting e la performance fanno parte della tua ricerca artistica.
Tutto è iniziato con il progetto “Chimere”, elaborato insieme a te e al critico Tommaso Trini nell’86. Da quel momento è un continuo passaggio di colori dalla tela al corpo umano. Il lavoro di Village è il risultato di una performance durata tre giorni a Londra presso i Big Sky Studios a metà degli anni Novanta. Londra in quel momento era il luogo in cui era più palpabile il ritorno del paganesimo per le strade. Era normale incontrare ragazze che esprimevano con estrema naturalezza la propria energia selvatica, sacra e sessuale. Stavo studiando il ritorno della Dea e me la sono ritrovata davanti. È stato un evento molto coinvolgente partito da un’impegnativa ricerca storica ed estetica. Le immagini ottenute sono state poi elaborate al computer e sono venute fuori queste icone potenti che hanno scosso parecchia gente. L’evoluzione di questo lavoro di body painting si è espressa poi nei rave, nei workshops meditativi e nei gruppi di crescita - come quelli che abbiamo fatto assieme, i famosi “Bagni di Foresta”, fusione ed effusioni con la Natura e i suoi elementi.


La tua arte nella natura ha avuto anche altri momenti. Hai fatto installazioni nei boschi, hai dipinto e “vestito” alberi e fiumi. Ti sei allontanato dalla città e dai temi urbani e hai partecipato al festival “Solstizi ed Equinozi” all’interno del Parco del Ticino.

Progettare una serie di interventi della durata di tre anni all’interno di una riserva naturale è stata un’esperienza veramente straordinaria. Ho montato un’opera rituale intitolata “Crocicchio” nell’arco di un anno, regolandola con i solstizi e gli equinozi. Ho creato un modello modulare di labirinto, alla cui creazione hanno collaborato attivamente il vento, la pioggia, il fiume, l’erba, le foglie e gli animali del luogo. Ognuno di questi esseri ha aggiunto il suo tocco. Ad ogni fase era collegato un momento di attivazione energetica dell’installazione con suoni, essenze, cibi e bevande. Una vera celebrazione. L’opera è stata completata in quattro stagioni. L’anno seguente ho realizzato “L’Albero del Mondo” (la vestizione di un vecchio affascinante albero che si era appartato vicino ad un fiumiciattolo). Un’installazione nata dal bisogno di rendere omaggio ai nostri fratelli maggiori, le piante, il popolo che sta fermo e con cui possiamo entrare in contatto intimamente. Le piante muoiono dalla voglia di chiacchierare e di passarci delle informazioni. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea che tutto ciò che non segue il nostro ritmo e le nostra modalità di vita sia diverso da noi.


Vorrei ricordare adesso il Matteo scrittore. Uno dei grandi meriti che ti riconosco è quello di esserti rimboccato le maniche per fare un po' l’archeologo dell’Underground Italiano. In questi ultimi anni sei diventato la “memoria storica” della controcultura italiana e di quell’area scomoda e sconosciuta degli hippies, degli artisti psichedelici, dei “vagabondi del dharma” e dei “barboni zen”. Vorrei chiederti dove vuol arrivare questo impegno letterario?

Premetto che ho sempre letto moltissimo, considero il libro come uno degli strumenti più efficaci per la modificazione della coscienza. Non ho mai sentito il bisogno di esprimermi con la parola scritta sino alla metà degli anni Ottanta. In quel momento ho sentito il prepotente bisogno organico di raccontare un’esperienza esistenziale collettiva che si stava cercando di cancellare con ogni mezzo. Niente a che fare col museo delle cere degli anni Sessanta, con le nostalgie lacrimevoli puntualmente messe sul mercato e cannibalizzate da moda e pubblicità. Parlare di psichedelia significa essenzialmente seguire i fili di una cospirazione sotterranea che nel corso del tempo ha mutato abito innumerevoli volte, cercando di armonizzare il sociale col biologico. Un movimento scomodo, tumultuoso, guardato con sufficienza e terrore dal potere, distorto e sbeffeggiato dai suoi lacché.

È venuto il momento di riconoscere, al di là delle scontate banalità, che la controcultura è stato l’ultimo grande movimento d’avanguardia del Novecento. In Italia sono stato il primo ad iniziare questo lavoro di storicizzazione, nell’88, con il saggio Arte Psichedelica e Controcultura, stampato grazie all’entusiasmo dell’eroico Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, una persona che non ha mai tentato (come purtroppo hanno fatto molti) di rifarsi una verginità rispetto agli scomodi, impudenti e, per molti versi, imprudenti anni della controcultura. Il volume, contrariamente alle più rosee previsioni, è andato subito esaurito e i lettori che lo hanno scelto non erano, come immaginavo, i “vecchi”, ma invece ragazzini di 16-20 anni che si sentivano scippati di quella parte di storia, di libertà e di conquiste di cui sentivano in qualche modo di fare parte.

A quel libro ne sono seguiti molti altri: due sull’underground olandese, un movimento fondamentale e misconosciuto (Provos e Paradiso Psichedelico); uno Summer of Love, sulla scena di San Francisco; un’imponente Almanacco Psichedelico che è diventato un vero cult; un testo di lettura esoterica sul fenomeno Beatles, Magickal Mystery Book; e altri due sulla scena italiana Beat e Mondo Beat e naturalmente l’ultimo, Underground Italiana, una storia raccontata attraverso la voce diretta di alcuni dei suoi partecipanti (vedi Re Nudo ...).

Anch’io sono convinto che in quegli anni era fiorito, come tu dici, una specie di “zen di città” molto laico e molto occidentale, che non voleva scimmiottare altre esperienze esotiche, non aveva bisogno di padrini politici o spirituali. La mia ricerca storica ha a che fare con la nascita degli Hippies, l’espressione di un nuovo tribalismo che si affermava nel cuore delle società più strutturate e tecnologiche del pianeta. Un tentativo di decondizionamento dai cattivi spiriti dell’Occidente. Come ogni tribù anche i figli dei fiori avevano propri usi e costumi che sono stati letti per lo più banalmente, come una delle tante mode giovanili. Questa storia ha ancora molte cose da svelare e spero che questo mio impegno di scrittura sia raccolto anche da altri. Potrebbero allora nascere interessanti riletture intorno al tema del “Viaggio”, del “Neo-Paganesimo” e della Rivoluzione Sessuale. Tutto è stato banalizzato nella sciocca formuletta “sex and drugs and rock'n'roll”. Per correttezza si dovrebbe sostituire il termine sex con “intima comunicazione sensoriale e spirituale tra individui”, drugs con “esperienze di stati allargati di coscienza” e rock'n'roll con “libera espressione delle energie creative presenti in ogni essere umano".

Abbiamo alle spalle molti fratelli maggiori, dai preraffaelliti ai simbolisti, dai dada ai surrealisti, dalle scuole tantriche agli anarchici visionari di Monte Verità, Daumal e Blake, i Misteri Eleusini e Altdorfer, Yen Hui e Jarry... No, non è stata una moda giovanile, come vogliono farci credere. Esiste una storia parallela del pianeta che non è fatta di guerre e accaparramento di risorse, una storia mistico-evoluzionista che è nostro dovere far conoscere.


Ti conosco troppo bene per non immaginarti, nel terzo millenio, proiettato verso nuove avventure. Ce le puoi raccontare?

Mi piace l’idea di mettermi a fare il “bardo” per aiutare a risvegliare la nostra anima creativa e poetica. Per aprirci a un nuovo modo dove trionfi la fratellanza e la comprensione (o perlomeno un decente sentimento di buon vicinato). Spero che nessuno debba essere costretto a rinunciare alla sua buddità infantile. Attualmente sto facendo dei reading di poesia visiva in Italia, Svizzera, Francia e Inghilterra. Sento che la poesia è ancora in grado di “minare” le menti in questo mondo rischiarato dai bagliori elettronici, ma sempre più spento e sempre più anonimo. La guerriglia psichica continua.

Sto disegnando oggetti, dipingendo barche, ritagliando banconote per fare pupazzi magici, leggendo Apuleio. La mia arte è un cocktail alchemico di poesia che corre fischiettando e che danza. Il mio compito è rendere praticabile la Visione.

 

Libri di Matteo Guarnaccia

Libri di Italo Bertolasi

Pubblicato il 21/11/2006 alle 14.59 nella rubrica Diario.

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