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Diario | la nostra storia | politica e zen |
 
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19 dicembre 2006

Appartenere, schierarsi, unirsi, fare fronte... come e chi?

 


Di Majid Valcarenghi (Re Nudo 56/dicembre 2001)
 

I nuovi movimenti di ricerca, la guerra, il nuovo terrorismo.

Sarebbe bello avere un confronto sul "che fare" e " chi fare" dopo l'11 Settembre.
 

Da più parti, dentro e fuori Re Nudo, viene sollecitata una presa di posizione dei nuovi movimenti di ricerca sulla guerra.

Il nostro collaboratore Gianfranco Manfredi dice: "Tutte le religioni, dalla Chiesa Cattolica ai Valdesi, viene presa una posizione, perché la new age si disinteressa?". La Presidente del Conacreis Lucia D'Arbitrio chiede alla Segreteria del Coordinamento delle Associazioni e delle Comunità di ricerca etico spirituale "Cosa può dire e fare il Coordinamento?"

Sale questa domanda sempre più forte, forse specchio di un senso d'impotenza anch'esso sempre più forte.

La mia opinione è che i movimenti di ricerca debbano fare la ricerca e cioè facilitare, creare le condizioni più favorevoli perché l'individuo possa esplorare il proprio mondo interiore, crescere in consapevolezza, superare i propri limiti.

Questo non significa astenersi o rimanere indifferenti al mondo della politica e della socialità, questo significa che il rapporto con il mondo esterno dovrebbe passare attraverso gli strumenti nati per perseguire gli scopi istituzionali.

Trovo improprio usare l'aggregazione che si è creata al fine di realizzare un certo obiettivo, per sostenere altri obiettivi. Da sempre, per rispondere a Gianfranco, trovo che le prese di posizione delle religioni piccole o grandi sui temi politici siano improprie. Quello che ho imparato nel corso del tempo è che io come individuo ho sviluppato una coscienza anche politica, anche sociale, ma tale coscienza non è giusto che venga espressa come "gruppo", è giusto invece che rimanga fatto personale. Esiste una forte correlazione perché la mia ricerca spirituale ha contribuito a modificare il mio sguardo, il mio modo di vedere i fatti anche politici, ma ciò che unisce me con i miei amici nella ricerca è il voler crescere, il volersi realizzare come essere umano. Solo questo.

In più nella mia storia personale esiste un elemento di continuità forte che consiste nell'essere stato con Re Nudo anni '70, forte coscienza critica del movimento politico extraparlamentare di allora per le sue carenze, assenze, per le sue connotazioni ideologiche e mi trovo ancora oggi a sentirmi molto coscienza critica dei no global. Ma questo è il mio percorso e può essere il percorso di altri come me, ma non come me perché sannyasin di Osho, ma per l'identità di background come ad esempio Piero Verni. Quello che voglio dire è che sento vecchio e improprio il volere unire in politica ciò che unisce nella ricerca.

Quando questa estate ci siamo trovati in centinaia a marciare per il Tibet ho trovato bellissimo che, uno a fianco all'altro, non sapevamo se eravamo sannyasin, buddisti, laici, o quant'altro. Lo scoprivamo giorno dopo giorno, condividendo, chiacchierando, parlando di noi. Ma lì, a marciare c'erano centinaia di individui, non solo senza bandiere o striscioni di gruppo, ma senza essere bandiere noi stessi. Ho trovato questo fatto, una cosa importante, espressione di una crescita evolutiva personale di tante persone. Mi farebbe tristezza l'immaginare striscioni tipo "unione buddisti italiani contro la guerra" oppure "sannyasin per la pace" o chissà che altro.

Avevo una figura di riferimento da ragazzino che si chiamava Mario Spinella, filosofo marxista, gramsciano. Io ero nel '66 - '67 quando l'ho conosciuto, uno con i capelli lunghi libertario. Due mondi tanto diversi, il mio e il suo, ma lui era attento, seguiva le nostre storie, cercava di capire, così come tentò dieci anni dopo, quando tornai in arancione da Poona. Fu straordinario ai miei occhi il suo approccio laico scevro di giudizi nel cercare di comprendere. Mi colpì molto una frase in una delle rare lettere che mi scrisse "non fare mai che questa tua scelta personale diventi un fatto collettivo". Sono anche queste parole, che volevano mettermi in guardia da ogni tentazione integralista, a confortarmi, anche nel sostenere oggi un disimpegno "in quanto gruppo sannyasin". Qui intendo invece riaffermare il mio impegno come individuo e in quanto Re Nudo dove possono esserci sannyasin  e non, ricercatori e laici. E questo impegno non credo davvero che debba essere lo schierarsi a favore o contro "la guerra" o seguire questo o quel politico nel loro blaterare sicurezze e verità su qualcosa di cui quasi nulla sanno e su quel poco pretendono di pontificare. Ma non è questo il punto fondamentale. La questione fondamentale è come affrontare il nuovo terrorismo. Siamo tutti contro il fondamentalismo, ma contro il fanatismo ci si muove solo per evidenziare le storture ciniche e perverse dell'intelligence americana che l'ha usato e finanziato per proprie strategie. Non sto dicendo che bisognava scendere in piazza il 12 Settembre 2001 contro Bin Laden. Intendo dire che giustamente nelle settimane successive al terribile attentato a New York si è cercato di capire, sia pure sotto shock, si è tentato di capire perché, cosa fare in alternativa ad una rappresaglia inutile e pericolosa. Ma la nostra intellighenzia giornalistico - politica in  quei giorni non ha saputo far altro che propinarci quotidiani bla bla televisivi sempre pro o contro l'America. Quei giorni successivi agli attentati sono stati importanti, ci hanno costretto a riflettere su qualcosa di cui quasi tutti eravamo stati colti di sorpresa. Poi, dopo l'attacco americano, è avvenuta una specie di catarsi liberatoria, il nemico-amico di sempre ha consentito di unire finalmente la piazza, pro o contro non importa. La questione è tornata quella di sempre: guerra sì, guerra no. E si è smesso di ragionare sulla questione di fondo.

Ci fosse stato ad esempio uno straccio di commentatore a ricordare che noi italiani con il nostro campione Pino Arlacchi, gran maestro dell'antidroga, nostro rappresentante (nostro nel governo dell'Ulivo, nostro nel governo del Polo) internazionale, abbiamo finanziato il governo dei Talebani nella grande strategia bellica sostenuta dal mondo proibizionista nelle guerre alla droga.

Con i Talebani, sostenitori di Bin Laden, da una parte penso sia giusto l'attacco militare se può portare all'abbattimento del regime e a indebolire l'apparato terrorista, dall'altra penso che possa essere inefficace e quindi sbagliato, addirittura controproducente. Nel profondo dentro di me in realtà non so e la mia sensazione è che pochi sanno cosa sarebbe giusto o sbagliato. Sono invece sicuro che a proclamare solo il no alla guerra mi sentirei un ipocrita. E non ho più l'età per cui per questioni biologiche lo scendere in piazza a gridare contro fa bene alla salute psico-fisica. Oggi ho bisogno di motivazioni forti e certe, non solo per andare in piazza, ma anche solo per pronunciarmi in modo netto. Ci sono invece fatti certi che possono portare, se compresi, ad un confronto proficuo.

1) Il nuovo terrorismo di Bin Laden è un fenomeno completamente nuovo. Non è espressione del terrorismo tradizionale di un popolo disperato che nulla ha da perdere. È l'espressione di tipo "leninista" di professionisti di classi ricche e colte, esaltati da un fanatismo insieme religioso-politico.

2) La risposta a questo terrorismo non può prescindere dal fatto che poggia su un grande consenso nel mondo fondamentalista e su masse disperate, e che tale consenso viene alimentato da risposte militari inappropriate.

3) Le responsabilità americane e occidentali sono enormi per aver creato un mondo dove, come ha ben scritto Marina sul numero scorso, "Il sogno americano che è il sogno del Nord si regge sull'incubo del Sud."

Quindi è fondamentale rimuovere le cause sociali e culturali su cui il nuovo terrorismo fonde la propria forza.

4) Esiste anche un terreno militare, di polizia internazionale, che non può onestamente essere escluso. E non basta blaterare di 007 come alternativa alle azioni militari come ha detto Bertinotti, perché al contrario della da lui evocata Spectra che non aveva nazioni alleate e protezioni di governi, Bin Laden ha una rete politico militare di riferimento planetaria.

Sono tuttavia aperto al confronto con coloro che dicono la guerra mai, uccidere mai; credo sarebbe importante magari dilatare il confronto con il pacifismo, sulla guerra antinazista e sulla bomba atomica su Hiroshima  e Nagasaki.




permalink | inviato da il 19/12/2006 alle 11:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

14 dicembre 2006

Un augurio per tutti. La volontà e l'intenzione di "lavorare" su noi stessi ha forza solo se diventa il desiderio primario

 
Tratto da E.J. Gold, Secret talks - vol.II, capitolo 5. Traduzione di Marco Maria Bonello <ibjbon@tin.it> (Re Nudo 55/novembre 2001)
 

Ci riunimmo nuovamente nell'appartamento ignorando la grigia strada fangosa sotto di esso. Un altro temporale si era aggiunto agli strati ghiacciati della neve cittadina coperta di fuliggine, la temperatura era però salita ad un piacevole livello di 30 gradi F.

G. entrò e sedette su di un cuscino che uno dei membri aveva procurato. Tutti noi ci prendemmo mentalmente a calci per non averci pensato. Il tappeto non era mai stato rimosso, ed eravamo contenti dell'imbottitura, poiché sarebbe stato molto scomodo sedersi sul solo palchetto di legno.

G. incominciò il suo discorso per quella sera.

«Nella vita ordinaria non vi è in noi un'unità che desideri la stessa cosa sempre ed in ogni occasione. Talvolta vogliamo qualcosa ed un momento dopo qualcosa di completamente diverso. Nell'uomo ordinario nulla dà a lui "un centro di gravità per i suoi desideri.

«Possiamo generare l'inizio dell'unità creando in noi un centro di gravità speciale per desiderare ciò che chiamiamo il nostro "desiderio di lavoro".

«Un forte desiderio di "lavoro" è un obiettivo che è divenuto per noi almeno temporaneamente più importante di qualunque altra cosa nella vita, almeno fino a che non è stato ottenuto in una misura che ci soddisfi. Per lo scopo di questo esperimento è necessario che impariamo a fare tutto quanto in relazione a questo nostro desiderio lavoro.

«Se continuiamo nel modo ordinario fino a che tutti i nostri desideri impulsivi interiori in conflitto finiscono per neutralizzarsi l'uno con l'altro, finiremo per non avere più desideri che rimangano in noi. A quel punto non avremo altra scelta se non scivolare senza possibilità di aiuto e senza nessuno scopo verso la morte ordinaria come i cani.

«Sopravviviamo nel "lavoro" fino a che abbiamo "capacità di desiderare". La sopravvivenza del nostro desiderio ha la sola proprietà di consentirci di completare il nostro lavoro, per questo scopo però dobbiamo essere più grandi di noi stessi ed avere un'esistenza che vada oltre le nostre piccole vite. I desideri ed i "voleri" ordinari sono molto più piccoli di noi, quindi dobbiamo in primo luogo scoprire qualcosa che sia più grande. Purtroppo la maggior parte della comprensione dell'uomo è limitata a ciò che è più piccolo di lui.

«Se potessimo vederci psicologicamente dissezionati, vedremmo una complessa organizzazione interna di molti piccoli "me'', ciascuno con i propri desideri, il proprio potere, i propri pensieri e sensazioni, con le proprie convinzioni ed in particolare con le proprie manifestazioni.

«Ciascuno di questi è convinto della propria realtà e del suo diritto a guidare l'organismo, almeno momentaneamente. Ciascuno è anche convinto di essere in grado di agire indipendentemente e di avere autorità completa sulla “macchina“. Ciascuno è convinto del suo diritto di chiamare se stesso "io" quando fa riferimento all'identità generale della macchina.

«L'unità di questa complessa disorganizzazione di parti può generarsi solo per effetto di un lungo sforzo che fonda le sue parti in un tutto equilibrato. Nella vita ordinaria questa fusione non potrà mai avvenire per semplice accidente. Possiamo "forzare" il prodursi di questa fusione solo mediante un'alchimia interna intenzionale.

«Per avviare un processo di alchimia interna dobbiamo incominciare con l'immaginario, e sperare che un giorno divenga reale mediante la ripetizione continua. Non possiamo aver risultati dopo che abbiamo provato solo una volta o due, e dobbiamo comprendere esattamente che cosa stiamo cercando di fare.

«Solo con una chiara idea del nostro scopo si può ottenere un cambiamento mediante gli sforzi immaginari che facciamo all'inizio. Evidentemente, è solo a goccia a goccia che uno sforzo immaginario diviene reale, ma dobbiamo incominciare da qualche parte.

«Prima di questo esperimento, e prima di qualunque esperimento da adesso in poi, ricordate di fare un "augurio per tutti", un giuramento di forza più grande che non semplicemente un desiderio per se stessi. Molti hanno sempre una necessità più grande che non uno solo. La sopravvivenza del nostro desiderio dipende dalla nostra capacità di raccogliere il potere della necessità.

«Questo "augurio per tutti" fatto dentro di noi può collegarci un giorno con il Corpo Mistico del Cristo che esiste sempre fuori dal tempo in tutte le età, da molto prima che il vostro Gesù vivesse e morisse.

«Solo quando tutti i centri hanno vivo il desiderio allo stesso tempo per la stessa singola cosa possiamo dire che in un uomo c'è un inizio d'unità. Lui può dire "io desidero" senza che nessuno rida.

«Può darsi che crediate ancora di poter desiderare solo per voi stessi. Forse è possibile, non lo so, ma per me, io non posso fare qualcosa solo per me. Se desidero, deve essere per il massimo bene che si possa ottenere. È così che sono forzato a divenire un Uomo Astuto.

«Un Uomo Astuto può darsi abbia ottenuto questo o quello, ma una cosa è certa. Poiché ha ottenuto l'imparzialità anche nei confronti dei suoi stessi obiettivi, egli non ha necessità per se stesso. Tuttavia, allo stesso tempo, può avere un'anima che soffre in modo indicibile ogni giorno di più che egli è forzato a trascorrere "in esilio".

«L'uomo Astuto è forzato a divenire un insegnante, è anche un ladro, forzato dal destino ad aiutare se stesso aiutando gli altri, ma lui a chi può rivolgersi? Tutti quelli della sua gradazione sono sulla stessa barca. Deve cercare aiuto altrove attraverso i propri sforzi e le proprie fatiche.

«Può trovare molti che abbiano necessità ma che non abbiano i mezzi o la dottrina. Può trovare un modo di intrappolarli nella sua sfera di influenza in modo da forzare il destino a fornire un mezzo per i suoi allievi ed allo stesso tempo fornire a lui la necessaria comprensione per continuare il suo lavoro. La conoscenza deve già possederla.

«Se i suoi allievi possono essere spinti ad avere la genuina necessità e non solo la curiosità teosofica, escludendoli allo stesso tempo da tutte le fonti ordinarie di aiuto, l'Uomo Astuto può, mentre trasmette i mezzi per soddisfare le necessità dei suoi allievi, prendere anche ciò di cui egli stesso ha bisogno. In questo modo può generare una necessità per se stesso senza avere una genuina auto-necessità.

«L'Uomo Astuto è forzato a divenire un esperto nel fornire ad altri una volontà genuina di lavorare, in particolare nei confronti dell'obiettivo per cui lui sta lavorando in quel momento.

«L'Uomo ordinario non ha necessità per se stesso, e nessun modo di scoprire da solo la Dottrina. Non può creare un Metodo per se stesso, e dipende perciò dall'Uomo Astuto per la sua iniziazione nel Lavoro e per i suoi primi sforzi.

"L'Uomo Astuto ha appreso che solo desiderando qualcosa di più grande di se stesso può ottenere in sé un qualcosa che abbia valore. Può apprendere e prendere ciò di cui lui ha bisogno fornendo ai suoi allievi ciò di cui loro hanno bisogno. Naturalmente deve anche fornire loro la necessità che saranno poi obbligati a soddisfare.

«Facendo sforzi per altri possiamo ricevere intenzionalmente per noi stessi ciò di cui abbiamo bisogno. Per esprimere un desiderio più grande di noi dobbiamo apprendere a conformarci alle leggi della necessità del lavoro. Possiamo apprendere queste leggi ed applicarle come necessario, a condizione che noi consideriamo e rispettiamo altri che sono trascinati nel nostro lavoro.

«Dobbiamo apprendere a mettere gli altri davanti a noi, a servire le loro necessità prima delle nostre al fine di trarre completo vantaggio da questa tecnica. Ciò significa essere coscientemente egoisti nel senso del servizio ad altri per profitto personale.

«Fornendo le condizioni di lavoro, l'insegnante ottiene un'esperienza genuina per la comprensione di se stesso. Potete anche impiegare questa tecnica formando gruppi e dando loro quello che apprendete qui.

«Ora vi darò una piccola intenzione di lavoro che potete impiegare per voi. Quando fate un sacrifico di qualunque cosa per il vostro lavoro, quale quello di un'emozione inferiore, di una sigaretta, o di un superalcolico, dite con la forza più piena possibile del sé interiore «desidero che i risultati di questo piccolo sacrificio siano impiegati per il beneficio di tutti gli esseri "ovunque", e fate riverberare questo nel plesso solare».

Per approfondire il concetto di "macchina" e altre metafore:

E. J. Gold, La macchina biologica umana, Edizioni Crisalide

 




permalink | inviato da il 14/12/2006 alle 16:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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