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18 giugno 2007

Re nudo con Gaber su www.olistica.tv


Cari amici il blog di Re Nudo si sposta su www.olistica.tv un nuovo portale, una web tv che ogni giorno propone gratis video, film e documentari sui maestri (Krishnamurti, Osho, Ghandi, Ramana...)
sull'ecologia (alternative economiche ed energetiche)
sul benessere psicofisico (PNL, terapie alternative, massaggi)
e ancora musica, trance, creatività...
e poi i blog di Piero Verni, Giacomo Bo, Satyam, Re Nudo... noi abbiamo già iniziato con un anteprima del nostro nuovo libro GABER SU RENUDO. Documenti, interviste, articoli di Giorgio in 30 anni di amicizia con la nostra rivista. Vi aspettiamo su www.olistica.tv


19 dicembre 2006

Appartenere, schierarsi, unirsi, fare fronte... come e chi?

 


Di Majid Valcarenghi (Re Nudo 56/dicembre 2001)
 

I nuovi movimenti di ricerca, la guerra, il nuovo terrorismo.

Sarebbe bello avere un confronto sul "che fare" e " chi fare" dopo l'11 Settembre.
 

Da più parti, dentro e fuori Re Nudo, viene sollecitata una presa di posizione dei nuovi movimenti di ricerca sulla guerra.

Il nostro collaboratore Gianfranco Manfredi dice: "Tutte le religioni, dalla Chiesa Cattolica ai Valdesi, viene presa una posizione, perché la new age si disinteressa?". La Presidente del Conacreis Lucia D'Arbitrio chiede alla Segreteria del Coordinamento delle Associazioni e delle Comunità di ricerca etico spirituale "Cosa può dire e fare il Coordinamento?"

Sale questa domanda sempre più forte, forse specchio di un senso d'impotenza anch'esso sempre più forte.

La mia opinione è che i movimenti di ricerca debbano fare la ricerca e cioè facilitare, creare le condizioni più favorevoli perché l'individuo possa esplorare il proprio mondo interiore, crescere in consapevolezza, superare i propri limiti.

Questo non significa astenersi o rimanere indifferenti al mondo della politica e della socialità, questo significa che il rapporto con il mondo esterno dovrebbe passare attraverso gli strumenti nati per perseguire gli scopi istituzionali.

Trovo improprio usare l'aggregazione che si è creata al fine di realizzare un certo obiettivo, per sostenere altri obiettivi. Da sempre, per rispondere a Gianfranco, trovo che le prese di posizione delle religioni piccole o grandi sui temi politici siano improprie. Quello che ho imparato nel corso del tempo è che io come individuo ho sviluppato una coscienza anche politica, anche sociale, ma tale coscienza non è giusto che venga espressa come "gruppo", è giusto invece che rimanga fatto personale. Esiste una forte correlazione perché la mia ricerca spirituale ha contribuito a modificare il mio sguardo, il mio modo di vedere i fatti anche politici, ma ciò che unisce me con i miei amici nella ricerca è il voler crescere, il volersi realizzare come essere umano. Solo questo.

In più nella mia storia personale esiste un elemento di continuità forte che consiste nell'essere stato con Re Nudo anni '70, forte coscienza critica del movimento politico extraparlamentare di allora per le sue carenze, assenze, per le sue connotazioni ideologiche e mi trovo ancora oggi a sentirmi molto coscienza critica dei no global. Ma questo è il mio percorso e può essere il percorso di altri come me, ma non come me perché sannyasin di Osho, ma per l'identità di background come ad esempio Piero Verni. Quello che voglio dire è che sento vecchio e improprio il volere unire in politica ciò che unisce nella ricerca.

Quando questa estate ci siamo trovati in centinaia a marciare per il Tibet ho trovato bellissimo che, uno a fianco all'altro, non sapevamo se eravamo sannyasin, buddisti, laici, o quant'altro. Lo scoprivamo giorno dopo giorno, condividendo, chiacchierando, parlando di noi. Ma lì, a marciare c'erano centinaia di individui, non solo senza bandiere o striscioni di gruppo, ma senza essere bandiere noi stessi. Ho trovato questo fatto, una cosa importante, espressione di una crescita evolutiva personale di tante persone. Mi farebbe tristezza l'immaginare striscioni tipo "unione buddisti italiani contro la guerra" oppure "sannyasin per la pace" o chissà che altro.

Avevo una figura di riferimento da ragazzino che si chiamava Mario Spinella, filosofo marxista, gramsciano. Io ero nel '66 - '67 quando l'ho conosciuto, uno con i capelli lunghi libertario. Due mondi tanto diversi, il mio e il suo, ma lui era attento, seguiva le nostre storie, cercava di capire, così come tentò dieci anni dopo, quando tornai in arancione da Poona. Fu straordinario ai miei occhi il suo approccio laico scevro di giudizi nel cercare di comprendere. Mi colpì molto una frase in una delle rare lettere che mi scrisse "non fare mai che questa tua scelta personale diventi un fatto collettivo". Sono anche queste parole, che volevano mettermi in guardia da ogni tentazione integralista, a confortarmi, anche nel sostenere oggi un disimpegno "in quanto gruppo sannyasin". Qui intendo invece riaffermare il mio impegno come individuo e in quanto Re Nudo dove possono esserci sannyasin  e non, ricercatori e laici. E questo impegno non credo davvero che debba essere lo schierarsi a favore o contro "la guerra" o seguire questo o quel politico nel loro blaterare sicurezze e verità su qualcosa di cui quasi nulla sanno e su quel poco pretendono di pontificare. Ma non è questo il punto fondamentale. La questione fondamentale è come affrontare il nuovo terrorismo. Siamo tutti contro il fondamentalismo, ma contro il fanatismo ci si muove solo per evidenziare le storture ciniche e perverse dell'intelligence americana che l'ha usato e finanziato per proprie strategie. Non sto dicendo che bisognava scendere in piazza il 12 Settembre 2001 contro Bin Laden. Intendo dire che giustamente nelle settimane successive al terribile attentato a New York si è cercato di capire, sia pure sotto shock, si è tentato di capire perché, cosa fare in alternativa ad una rappresaglia inutile e pericolosa. Ma la nostra intellighenzia giornalistico - politica in  quei giorni non ha saputo far altro che propinarci quotidiani bla bla televisivi sempre pro o contro l'America. Quei giorni successivi agli attentati sono stati importanti, ci hanno costretto a riflettere su qualcosa di cui quasi tutti eravamo stati colti di sorpresa. Poi, dopo l'attacco americano, è avvenuta una specie di catarsi liberatoria, il nemico-amico di sempre ha consentito di unire finalmente la piazza, pro o contro non importa. La questione è tornata quella di sempre: guerra sì, guerra no. E si è smesso di ragionare sulla questione di fondo.

Ci fosse stato ad esempio uno straccio di commentatore a ricordare che noi italiani con il nostro campione Pino Arlacchi, gran maestro dell'antidroga, nostro rappresentante (nostro nel governo dell'Ulivo, nostro nel governo del Polo) internazionale, abbiamo finanziato il governo dei Talebani nella grande strategia bellica sostenuta dal mondo proibizionista nelle guerre alla droga.

Con i Talebani, sostenitori di Bin Laden, da una parte penso sia giusto l'attacco militare se può portare all'abbattimento del regime e a indebolire l'apparato terrorista, dall'altra penso che possa essere inefficace e quindi sbagliato, addirittura controproducente. Nel profondo dentro di me in realtà non so e la mia sensazione è che pochi sanno cosa sarebbe giusto o sbagliato. Sono invece sicuro che a proclamare solo il no alla guerra mi sentirei un ipocrita. E non ho più l'età per cui per questioni biologiche lo scendere in piazza a gridare contro fa bene alla salute psico-fisica. Oggi ho bisogno di motivazioni forti e certe, non solo per andare in piazza, ma anche solo per pronunciarmi in modo netto. Ci sono invece fatti certi che possono portare, se compresi, ad un confronto proficuo.

1) Il nuovo terrorismo di Bin Laden è un fenomeno completamente nuovo. Non è espressione del terrorismo tradizionale di un popolo disperato che nulla ha da perdere. È l'espressione di tipo "leninista" di professionisti di classi ricche e colte, esaltati da un fanatismo insieme religioso-politico.

2) La risposta a questo terrorismo non può prescindere dal fatto che poggia su un grande consenso nel mondo fondamentalista e su masse disperate, e che tale consenso viene alimentato da risposte militari inappropriate.

3) Le responsabilità americane e occidentali sono enormi per aver creato un mondo dove, come ha ben scritto Marina sul numero scorso, "Il sogno americano che è il sogno del Nord si regge sull'incubo del Sud."

Quindi è fondamentale rimuovere le cause sociali e culturali su cui il nuovo terrorismo fonde la propria forza.

4) Esiste anche un terreno militare, di polizia internazionale, che non può onestamente essere escluso. E non basta blaterare di 007 come alternativa alle azioni militari come ha detto Bertinotti, perché al contrario della da lui evocata Spectra che non aveva nazioni alleate e protezioni di governi, Bin Laden ha una rete politico militare di riferimento planetaria.

Sono tuttavia aperto al confronto con coloro che dicono la guerra mai, uccidere mai; credo sarebbe importante magari dilatare il confronto con il pacifismo, sulla guerra antinazista e sulla bomba atomica su Hiroshima  e Nagasaki.




permalink | inviato da il 19/12/2006 alle 11:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

14 dicembre 2006

Un augurio per tutti. La volontà e l'intenzione di "lavorare" su noi stessi ha forza solo se diventa il desiderio primario

 
Tratto da E.J. Gold, Secret talks - vol.II, capitolo 5. Traduzione di Marco Maria Bonello <ibjbon@tin.it> (Re Nudo 55/novembre 2001)
 

Ci riunimmo nuovamente nell'appartamento ignorando la grigia strada fangosa sotto di esso. Un altro temporale si era aggiunto agli strati ghiacciati della neve cittadina coperta di fuliggine, la temperatura era però salita ad un piacevole livello di 30 gradi F.

G. entrò e sedette su di un cuscino che uno dei membri aveva procurato. Tutti noi ci prendemmo mentalmente a calci per non averci pensato. Il tappeto non era mai stato rimosso, ed eravamo contenti dell'imbottitura, poiché sarebbe stato molto scomodo sedersi sul solo palchetto di legno.

G. incominciò il suo discorso per quella sera.

«Nella vita ordinaria non vi è in noi un'unità che desideri la stessa cosa sempre ed in ogni occasione. Talvolta vogliamo qualcosa ed un momento dopo qualcosa di completamente diverso. Nell'uomo ordinario nulla dà a lui "un centro di gravità per i suoi desideri.

«Possiamo generare l'inizio dell'unità creando in noi un centro di gravità speciale per desiderare ciò che chiamiamo il nostro "desiderio di lavoro".

«Un forte desiderio di "lavoro" è un obiettivo che è divenuto per noi almeno temporaneamente più importante di qualunque altra cosa nella vita, almeno fino a che non è stato ottenuto in una misura che ci soddisfi. Per lo scopo di questo esperimento è necessario che impariamo a fare tutto quanto in relazione a questo nostro desiderio lavoro.

«Se continuiamo nel modo ordinario fino a che tutti i nostri desideri impulsivi interiori in conflitto finiscono per neutralizzarsi l'uno con l'altro, finiremo per non avere più desideri che rimangano in noi. A quel punto non avremo altra scelta se non scivolare senza possibilità di aiuto e senza nessuno scopo verso la morte ordinaria come i cani.

«Sopravviviamo nel "lavoro" fino a che abbiamo "capacità di desiderare". La sopravvivenza del nostro desiderio ha la sola proprietà di consentirci di completare il nostro lavoro, per questo scopo però dobbiamo essere più grandi di noi stessi ed avere un'esistenza che vada oltre le nostre piccole vite. I desideri ed i "voleri" ordinari sono molto più piccoli di noi, quindi dobbiamo in primo luogo scoprire qualcosa che sia più grande. Purtroppo la maggior parte della comprensione dell'uomo è limitata a ciò che è più piccolo di lui.

«Se potessimo vederci psicologicamente dissezionati, vedremmo una complessa organizzazione interna di molti piccoli "me'', ciascuno con i propri desideri, il proprio potere, i propri pensieri e sensazioni, con le proprie convinzioni ed in particolare con le proprie manifestazioni.

«Ciascuno di questi è convinto della propria realtà e del suo diritto a guidare l'organismo, almeno momentaneamente. Ciascuno è anche convinto di essere in grado di agire indipendentemente e di avere autorità completa sulla “macchina“. Ciascuno è convinto del suo diritto di chiamare se stesso "io" quando fa riferimento all'identità generale della macchina.

«L'unità di questa complessa disorganizzazione di parti può generarsi solo per effetto di un lungo sforzo che fonda le sue parti in un tutto equilibrato. Nella vita ordinaria questa fusione non potrà mai avvenire per semplice accidente. Possiamo "forzare" il prodursi di questa fusione solo mediante un'alchimia interna intenzionale.

«Per avviare un processo di alchimia interna dobbiamo incominciare con l'immaginario, e sperare che un giorno divenga reale mediante la ripetizione continua. Non possiamo aver risultati dopo che abbiamo provato solo una volta o due, e dobbiamo comprendere esattamente che cosa stiamo cercando di fare.

«Solo con una chiara idea del nostro scopo si può ottenere un cambiamento mediante gli sforzi immaginari che facciamo all'inizio. Evidentemente, è solo a goccia a goccia che uno sforzo immaginario diviene reale, ma dobbiamo incominciare da qualche parte.

«Prima di questo esperimento, e prima di qualunque esperimento da adesso in poi, ricordate di fare un "augurio per tutti", un giuramento di forza più grande che non semplicemente un desiderio per se stessi. Molti hanno sempre una necessità più grande che non uno solo. La sopravvivenza del nostro desiderio dipende dalla nostra capacità di raccogliere il potere della necessità.

«Questo "augurio per tutti" fatto dentro di noi può collegarci un giorno con il Corpo Mistico del Cristo che esiste sempre fuori dal tempo in tutte le età, da molto prima che il vostro Gesù vivesse e morisse.

«Solo quando tutti i centri hanno vivo il desiderio allo stesso tempo per la stessa singola cosa possiamo dire che in un uomo c'è un inizio d'unità. Lui può dire "io desidero" senza che nessuno rida.

«Può darsi che crediate ancora di poter desiderare solo per voi stessi. Forse è possibile, non lo so, ma per me, io non posso fare qualcosa solo per me. Se desidero, deve essere per il massimo bene che si possa ottenere. È così che sono forzato a divenire un Uomo Astuto.

«Un Uomo Astuto può darsi abbia ottenuto questo o quello, ma una cosa è certa. Poiché ha ottenuto l'imparzialità anche nei confronti dei suoi stessi obiettivi, egli non ha necessità per se stesso. Tuttavia, allo stesso tempo, può avere un'anima che soffre in modo indicibile ogni giorno di più che egli è forzato a trascorrere "in esilio".

«L'uomo Astuto è forzato a divenire un insegnante, è anche un ladro, forzato dal destino ad aiutare se stesso aiutando gli altri, ma lui a chi può rivolgersi? Tutti quelli della sua gradazione sono sulla stessa barca. Deve cercare aiuto altrove attraverso i propri sforzi e le proprie fatiche.

«Può trovare molti che abbiano necessità ma che non abbiano i mezzi o la dottrina. Può trovare un modo di intrappolarli nella sua sfera di influenza in modo da forzare il destino a fornire un mezzo per i suoi allievi ed allo stesso tempo fornire a lui la necessaria comprensione per continuare il suo lavoro. La conoscenza deve già possederla.

«Se i suoi allievi possono essere spinti ad avere la genuina necessità e non solo la curiosità teosofica, escludendoli allo stesso tempo da tutte le fonti ordinarie di aiuto, l'Uomo Astuto può, mentre trasmette i mezzi per soddisfare le necessità dei suoi allievi, prendere anche ciò di cui egli stesso ha bisogno. In questo modo può generare una necessità per se stesso senza avere una genuina auto-necessità.

«L'Uomo Astuto è forzato a divenire un esperto nel fornire ad altri una volontà genuina di lavorare, in particolare nei confronti dell'obiettivo per cui lui sta lavorando in quel momento.

«L'Uomo ordinario non ha necessità per se stesso, e nessun modo di scoprire da solo la Dottrina. Non può creare un Metodo per se stesso, e dipende perciò dall'Uomo Astuto per la sua iniziazione nel Lavoro e per i suoi primi sforzi.

"L'Uomo Astuto ha appreso che solo desiderando qualcosa di più grande di se stesso può ottenere in sé un qualcosa che abbia valore. Può apprendere e prendere ciò di cui lui ha bisogno fornendo ai suoi allievi ciò di cui loro hanno bisogno. Naturalmente deve anche fornire loro la necessità che saranno poi obbligati a soddisfare.

«Facendo sforzi per altri possiamo ricevere intenzionalmente per noi stessi ciò di cui abbiamo bisogno. Per esprimere un desiderio più grande di noi dobbiamo apprendere a conformarci alle leggi della necessità del lavoro. Possiamo apprendere queste leggi ed applicarle come necessario, a condizione che noi consideriamo e rispettiamo altri che sono trascinati nel nostro lavoro.

«Dobbiamo apprendere a mettere gli altri davanti a noi, a servire le loro necessità prima delle nostre al fine di trarre completo vantaggio da questa tecnica. Ciò significa essere coscientemente egoisti nel senso del servizio ad altri per profitto personale.

«Fornendo le condizioni di lavoro, l'insegnante ottiene un'esperienza genuina per la comprensione di se stesso. Potete anche impiegare questa tecnica formando gruppi e dando loro quello che apprendete qui.

«Ora vi darò una piccola intenzione di lavoro che potete impiegare per voi. Quando fate un sacrifico di qualunque cosa per il vostro lavoro, quale quello di un'emozione inferiore, di una sigaretta, o di un superalcolico, dite con la forza più piena possibile del sé interiore «desidero che i risultati di questo piccolo sacrificio siano impiegati per il beneficio di tutti gli esseri "ovunque", e fate riverberare questo nel plesso solare».

Per approfondire il concetto di "macchina" e altre metafore:

E. J. Gold, La macchina biologica umana, Edizioni Crisalide

 




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28 novembre 2006

Senza direttive / Osho- Risposte dal vuoto


Di Osho (Re nudo, 52/2001)

 

Ciascuno di voi va bene così com'è.


Domanda: Perché non siamo mai soddisfatti di ciò che siamo e di ciò che l'esistenza ci ha dato? Siamo sempre in cerca di qualcosa di meglio da fare, vogliamo sempre essere migliori, convinti sempre che l'altro abbia più talenti di quanti ne abbiamo ricevuti noi. Proprio come recita il detto: "Nel giardino del vicino l'erba è sempre più verde". Come mai accade tutto ciò?


Osho
: Tutto ciò accade perché vi hanno portato fuori strada. Siete stati indirizzati a mete verso le quali la natura non intendeva che vi indirizzaste. Nessuno di voi sta sviluppando il proprio potenziale. Ciascuno di voi tenta di essere ciò che gli altri vogliono che egli sia - ma che non potrà mai realizzare. E poiché non ci riesce, la logica ti insegna: "Forse non è sufficiente, devi avere di più". E, desiderando avere di più, ti guardi intorno. Gli altri si presentano tutti con una maschera sorridente, con un aspetto felice - quindi tutti ingannano tutti. Anche tu ti presenti con una maschera, perciò gli altri pensano che tu sia più felice di loro. E tu pensi che gli altri siano più felici di te.

Nel giardino del vicino l'erba è sempre più verde. Ma questo detto vale per tutti. I tuoi vicini, al di là dalla siepe, vedono la tua erba più verde della loro. La tua erba sembra loro più verde e più folta e migliore della loro. È un'illusione creata dalla distanza. Se vi avvicinaste, vedreste che in realtà non è così. Ma ciascuno di voi tiene l'altro a distanza. Perfino gli amici, perfino gli innamorati mantengono le distanze tra loro: la troppa vicinanza potrebbe essere pericolosa, potreste vedere le vostre reciproche realtà.

Vi hanno portato fuori strada fin dall'inizio perciò, qualsiasi cosa facciate, permane in voi l'infelicità. La natura non ha contemplato il denaro come un bene per la vita dell'uomo, altrimenti i dollari crescerebbero sugli alberi. La natura non ha contemplato il denaro: è una pura invenzione dell'uomo - è utile, ma anche pericoloso. Incontri qualcuno che possiede molto denaro e pensi che il denaro porti con sé la gioia: guardi quella persona che ti sembra tanto gioiosa e anche tu rincorri il denaro. Incontri qualcuno che ha più salute di te - e rincorri la forma fisica perfetta. Incontri qualcuno che fa qualcos'altro e che ti sembra soddisfatto - e lo segui.

Si tratta sempre degli altri e la società ha fatto in modo che tu non contemplassi mai il tuo potenziale. Tutta la tua infelicità consiste nel fatto che non sei te stesso. Sii te stesso e in te non ci sarà più infelicità, né competitività, né preoccupazione di avere più di quanto hai o che gli altri abbiano qualcosa più di te.

Se vuoi che la tua erba sia più verde, non devi guardare nel giardino del vicino: puoi fare in modo che l'erba del tuo giardino diventi più verde. È tanto semplice fare in modo che l'erba del tuo giardino diventi più verde! Ma tu guardi continuamente altrove e tutti i prati del vicinato ti sembrano più belli del tuo.

Ogni uomo deve radicarsi nel proprio potenziale - qualunque esso sia - e nessuno dovrebbe dargli delle direttive, né guidarlo. Gli altri dovrebbero aiutarlo ad andare dovunque egli voglia andare, e a diventare qualsiasi cosa voglia diventare. Allora il mondo sarebbe tanto soddisfatto... incredibilmente appagato.

Fin dalla mia più tenera infanzia non ho mai provato alcuna sensazione di scontentezza, per il semplice motivo che non ho mai permesso a nessuno di distogliermi da ciò che stavo facendo o da ciò che tentavo di essere. Questo mi ha aiutato immensamente. È stato difficile e le difficoltà crescevano col passare del tempo e ora tutto il mondo mi è contro. Ma questo non mi disturba affatto. Mi sento felice, soddisfatto. Non riesco neppure a pensare che avrei potuto essere diverso da come sono. In qualsiasi altra posizione, sarei stato infelice.

Non ho una casa, non ho un luogo in cui vivere, non possiedo denaro. Tuttavia, ho qualcosa che mi fa sentire assolutamente appagato. Ho vissuto sviluppando il mio potenziale e neppure la morte riuscirà a sconvolgermi. Ho vissuto a modo mio. Anche se tutto il mondo mi fosse avverso - non mi darebbe alcun fastidio. La gente è disturbata anche dall'inimicizia di una sola persona. Io non riesco neppure a capire tutto questo fastidio!

Hasya mi diceva: «Maestro, presto non avremo più nazioni cui rivolgerci».

Le ho risposto: «Non importa. Prima finiamo di rivolgerci alle nazioni esistenti, poi troveremo qualcos'altro. Potremmo acquistare una grossa nave e vivere su quella». A Creta avevo detto alle autorità: «Se non mi permettete di vivere da nessuna parte sulla terra, dovrò acquistare un aereo e vivere su quello». Come risposta, si diedero da fare per impedirmi di atterrare in tutti gli aeroporti europei. Mi sto davvero godendo lo spettacolo di una persona sola e senza alcun potere - che però riesce a far andare fuori di testa tutti questi politici insignificanti! È bastato un solo accenno, per indurre immediatamente il Parlamento europeo a mettere sul tavolo la risoluzione - che verrà discussa e fatta passare tra poco - che mi impedisce di atterrare in tutti gli aeroporti europei.

Ma troveremo una via d'uscita... In Europa ci sono nazioni comuniste - la Jugoslavia, la Cecoslovacchia - potremo atterrare nei loro aeroporti. Non potranno impedirci di atterrare. Oppure potremmo acquistare una grande nave sulla quale salirebbero migliaia di sannyasin e potremmo vivere lì. Lasciate che facciano tutto ciò che possono - bombardare la nave o qualsiasi altra cosa vogliano fare - un fatto è certo: non riusciranno mai a darmi fastidio.

Nelle carceri americane hanno tentato di infastidirmi con metodi che avrebbero sconvolto chiunque. Mi svegliavano alle quattro del mattino; rendevano impossibile il sonno, ma per me non era un problema: io mi limitavo a stare sdraiato. Una volta, mi svegliarono alle quattro del mattino, dicendomi: «Si tenga pronto. Alle cinque arriverà il sergente che deve accompagnarla all'aeroporto». Per cui dovetti tenermi pronto e aspettare. Dalle cinque del mattino fino alle cinque della sera, restai seduto ad aspettare: il sergente si presentò solo alle cinque di sera.

Gli dissi: «Deve avere avuto qualche guaio - arriva con dodici ore di ritardo e abita a tre isolati da qui». Diventammo amici e tre giorni più tardi quel sergente mi rivelò: «Queste sono le tattiche usate per molestare i carcerati. La prego di perdonarmi. Sapevo che sarei venuto alle cinque di sera, ma ho comunicato che sarei arrivato alle cinque del mattino - così lei avrebbe dovuto stare seduto ad aspettarmi per tutto il giorno».

Obiettai: «Cosa c'era di tanto sconvolgente? Sarei stato comunque seduto per tutto il giorno... non avevo nient'altro da fare».

Il mondo è contrario a chiunque sia un individuo.

Il mondo è contrario a chiunque sia semplicemente se stesso.

La società vuole che voi siate dei robot e poiché avete accettato di esserlo siete nei guai. Voi non siete dei robot. La natura non aveva intenzione di fare di voi dei robot. Quindi, poiché non siete ciò che eravate destinati a essere, siete costantemente alla ricerca: «Cosa mi manca? Forse dovrei avere mobili più belli o tende più belle o una casa più bella o un marito migliore o una moglie migliore o un lavoro più qualificato. . .». Trascorrete tutta la vita in tentativi continui, correndo da un luogo all'altro. Ma la società vi ha distolti dall'essere voi stessi, fin dall'inizio.

Tutti i miei sforzi sono tesi a riportare ciascuno di voi al proprio vero essere: allora improvvisamente scoprirete che in voi non c'è più traccia di scontentezza o di follia. Non c'è bisogno che siate più di ciò che siete - andate bene così come siete. Ciascuno di voi va bene così com'è.


(Tratto dalla serie Beyond Enlightenment in "Oltre la psicologia", Osho, edito da Oshoba libri)

 

Per approfondire:

Libri di Osho

Sulle vicende qui accennate da Osho:

Majid Valcarenghi, Ida Porta, Operazione Socrate, Re nudo 2000




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25 novembre 2006

Convivenza civile – l’Islam è tra noi, ma noi saremo altrove

 

di Piero Verni (Re nudo, marzo 2001)


Le sabbie mobili delle differenze culturali e religiose non dovrebbero spaventare uno stato che si dice laico e liberale, in cui la tradizione deve poter convivere con le libertà individuali e le conquiste civili dei diritti umani. Non e` l’islam a far paura, ma il condizionamento culturale che lega ciascuno di noi ad un passato da dimenticare

Non ci va piano la Lega ad agitare lo spettro dell’invasione islamica presso un’opinione pubblica sempre più allarmata dall’arrivo in Italia di centinaia di migliaia di immigrati musulmani e dalla conversione all’Islam di un crescente numero di nostri connazionali. Nel corso di una manifestazione tenutasi a Lodi il 16 ottobre scorso per iniziativa della locale sezione leghista (e con l’adesione di tutto il centrodestra lodigiano), gli oltre quattromila manifestanti innalzavano cartelli su cui campeggiavano slogan come “No all’invasione islamica in Padania”, “Societa` multirazziale? No grazie”, “L’Europa è cristiana e tale deve rimanere”. In testa al folto corteo faceva bella mostra di sé un lungo striscione che sintetizzava le ragioni della protesta: “No alla moschea”. Infatti il pretesto per la mobilitazione del “popolo padano” era l’intenzione della Giunta comunale di concedere gratuitamente un terreno di proprietà del Comune per la costruzione di una moschea.  Sarebbe però un errore prendere sottogamba quella manifestazione liquidandola sbrigativamente come un isolato episodio di folclore prepolitico. Il disagio per una presenza sempre più evidente della religione islamica in Italia attraversa segmenti importanti del tessuto sociale del nostro Paese ed accomuna donne e uomini molto diversi tra loro in quanto a ceto sociale, provenienza politica, condizione economica ed età. Non è un caso infatti che, sia pure con uno stile un poco meno virulento di quello leghista, allarmi contro il diffondersi della “febbre islamica” siano venuti anche da esponenti non secondari del clero cattolico e qualcuno (se non mi sbaglio il cardinale Biffi) ha anche proposto di privilegiare gli immigrati cattolici rispetto a quelli di tradizione musulmana.

la rivincita dell’Islam

Siamo dunque alla vigilia di un’epocale rivincita dell’Islam nei confronti dell’Occidente cristiano? Stiamo vivendo una sorta di strisciante e incruenta Lepanto di segno contrario? Ci sono nel nostro destino orizzonti velati dai sinuosi profili dei minareti? Secondo un buon numero di italiani, questi sono scenari probabili e non proprio desiderati. All’interno del più ampio problema dell’immigrazione, la diffusione dell’Islam viene spesso vissuta come una delle principali emergenze del nostro malandato Paese.  In un’intervista pubblicata sul quotidiano La Padania, il Segretario nazionale della Lega Lombarda Roberto Calderoli ha affermato: «Quando ci raccontano balle sull’accoglienza indiscriminata, ricordiamo che il capo religioso della comunita` islamica di Torino ha dichiarato che grazie alle nostre leggi ora ci invadono e sempre grazie alle nostre leggi domani ci domineranno». E il leader maximo della lega, Umberto Bossi, pur prendendo qualche distanza dal corteo di Lodi, dice all’Ansa: «E` stata una piccola manifestazione e io non l’avrei neppure fatta in quel modo», «Adesso si creano colonie interne di tipo musulmano. Siamo davanti a un nuovo colonialismo: un tempo furono gli occidentali a farlo, ora sono i musulmani a farlo a casa nostra». Forse queste posizioni così estreme continuano ad essere minoritarie ma è indubbio che in aree che vanno ben al di la` del bacino elettorale leghista (e forse di quello dell’intero centrodestra), l’idea che l’Islam sia una religione intollerante, integrista e prevaricatrice è molto diffusa. Certo le notizie che giungono da alcune nazioni islamiche, Arabia Saudita, Iran, Algeria, Afghanistan, Sudan, ad esempio, rafforzano questa convinzione, e anche dichiarazioni roboanti di alcuni esponenti della comunità islamica in Italia non servono a tranquillizzare gli animi.


in guardia contro i fondamentalismi

Non avrà, ad esempio, creato molta simpatia per la religione di cui Maometto è il massimo profeta la seguente notizia riportata da un lettore de La Padania e pubblicata dal quotidiano nella rubrica delle lettere: «A Londra un musulmano di 56 anni ha sgozzato sacrificalmente la figlia sedicenne perché era passata con i testimoni di Geova e si rifiutava di recitare le preghiere islamiche».  E anche non mi pare destinata a trovare particolari consensi tra la nostra popolazione la richiesta di alcune donne islamiche di poter indossare il velo anche sulla fotografia dei documenti di identitaà rilasciati dallo Stato italiano. E non basta. Anche una docente di indubbia levatura culturale come l’antropologa Ida Magli mette in guardia sui potenziali pericoli rappresentati dall’Islam. Sempre sulla Padania, nel corso di un’intervista che non mi risulta essere stata smentita (ove lo fosse stata me ne scuso in anticipo; ho tentato di raggiungere telefonicamente la professoressa – con cui ebbi il piacere di sostenere un esame di antropologia culturale qualche secolo fa – ma non ci sono riuscito) la signora Magli dice testualmente: «In qualsiasi Paese del mondo, l’islamismo è incompatibile con gli altri gruppi che abitano il territorio. Non capisco perché il nostro Paese debba fare eccezione, come se bastasse essere ‘buoni’ per poter eliminare le abissali distanze storiche e culturali che ci dividono dal mondo musulmano. Ognuno ha diritto a difendere la propria cultura e non bisogna aver paura delle futili accuse di razzismo. Il vero razzismo è quello di colui che vende la propria patria».  Ecco dunque timori e paure, di cui la Lega si fa portatrice in maniera un po’ brutale e folclorica, espresse in buon e convincente italiano. Però è altrettanto buono e convincente l’italiano di un altro professore, Gabriele Mandel, che offre alle nostre riflessioni una ben altra immagine dell’Islam.


il vero Islam

«Non è scritto da nessuna parte che i musulmani debbano essere degli integralisti. Anzi, il Corano dice proprio il contrario», mi spiega il professor Mandel, Vicario generale (Kalyfa) della Confraternita (Tariqa) Jerrahi Halveti in Italia. Docente universitario, scrittore, psicologo, oltre che uomo di fede musulmana, Gabriele Mandel è stato uno dei primi autori a far conoscer l’Islam e il Sufismo (la sua corrente esoterica) in Italia.  «Nell’Islam c’è rispetto per tutti»,  si appassiona il professore, che mi ha concesso una lunga intervista nella sua casa di Milano. «Nel Corano c’è scritto che se un idolatra ti chiede asilo, tu lo devi accogliere, perché la fede, per i musulmani, è un dono di Dio. E Dio concede questo dono secondo i suoi imperscrutabili disegni. E noi esseri umani non possiamo interferire con il volere divino».  Parole bellissime e sagge, ma come conciliarle con i divieti, le proibizioni, le chiusure presenti nelle legislazioni di tanti Stati musulmani? «Guardi che il vero Islam non contempla la propaganda e il proselitismo religioso. L’Islam non ha nemmeno i missionari. Certo, nella storia è successo che popolazioni conquistate fossero convertite all’Islam con la forza, ma qui entriamo in un terreno politico e non religioso».  Il professore ha letteralmente anticipato una mia obiezione proprio in questo ambito. Infatti la storia della diffusione dell’Islam si è quasi sempre accompagnata, in India ad esempio, a violenze e massacri non da poco. «Poi — continua sempre Gabriele Mandel, — non si deve mai dimenticare che c’è un unico Corano ma esistono molteplici Islam... Come una sorta di mantello di Arlecchino. E` indubbio che il musulmano turco non è il musulmano saudita, e via dicendo».  E il Corano cosa dice nelle questioni fondamentali, per esempio riguardo al problema della tolleranza e dell’integralismo religioso? «Tenendo presente che non sussiste Islam senza Corano, vediamo che il Libro dice per ben tre volte che chiunque, uomo o donna che sia, mazdeo, cristiano, chiunque creda in Dio nel giorno ultimo, nell’al di la`, avrà il Paradiso. Mi creda, integralismo, in ambito musulmano, vuol dire mancanza di Islam, non eccesso». Vuol dire che c’è una cattiva interpretazione del Corano? »Esattamente... Una cattiva interpretazione del verbo coranico. Poi dobbiamo tener presente che non esiste solo l’integralismo musulmano. Ci sono integralismi di ogni genere, religiosi e non. L’integralismo, dicevo, è anche una forma particolare di devianza psichica, oltre che di ignoranza e di disinformazione. Poi ci si mette di mezzo la politica, che rende tutto più complesso». Quindi, secondo il professor Mandel, l’orizzonte che abbiamo di fronte è meno fosco di quanto non si creda. C’è sempre però il problema di quella diversità con l’Occidente di cui parla Ida Magli. E che diversità. Basti pensare al ruolo della donna e all’impatto, anche solo estetico, che il chador e tutte le numerose forme di velo islamico producono in una societaà laica e moderna. Per quanto si possa essere aperti ad una visione del mondo musulmano non provinciale e ristretta, vedere “l’altra metà del cielo” infagottata, nascosta, impacciata da questo diaframma imposto da una consuetudine religiosa, fa un certo effetto. Colpisce nei paesi islamici, figuriamoci qui da noi.  «Anche a proposito del velo — continua Gabriele Mandel, — il discorso è complesso. Intanto esistono, come ho già fatto notare, notevoli differenze tra le diverse nazioni islamiche. E poi, ancora una volta, dobbiamo tornare al Corano, dove non c’è scritto che la donna debba portare il velo ma solo che “deve indossare il mantello per coprire il petto”. La frase è semplice e potrebbe prestarsi, anzi si è prestata, a molteplici interpretazioni. Comunque in numerosi casi sono le stesse donne a rivendicare con orgoglio il velo che sentono come segno della loro identità culturale. In Iran ad esempio, è il simbolo della rivoluzionaria».

dietro al velo

Tutto vero, ma questa idea che la donna non debba poter mostrare il suo volto al pari dell’uomo continua a risultarmi poco gradita. E non lo è nemmeno per Carlo Monguzzi, Consigliere regionale lombardo eletto nei Verdi. «E` terribile vedere queste donne nascoste dietro il velo. Però è un aspetto della cultura islamica con la quale dobbiamo fare i conti. E questi conti non torneranno mai se non saremo consapevoli che si tratta di terreni scivolosi su cui è difficile camminare. Ci vogliono buon senso, tolleranza reciproca e molta pazienza dal momento che non ci sono ricette valide una volta per tutte».  Quello del velo è un esempio importante, una sorta di paradigma delle difficoltà che incontra l’Islam ad integrarsi nelle società occidentali. Potrà sembrare una questione superficiale, ma non è così. Anni or sono la Francia, dove risiede una comunità islamica molto più numerosa di quella italiana, fu lacerata da polemiche virulente in seguito alla richiesta del padre di una ragazza di mandare la figlia a scuola con il velo. L’opinione pubblica si divise tra coloro che ritenevano inammissibile che in una classe della scuola di Stato un’alunna non potesse mostrare liberamente il suo volto, e quanti sostenevano che non si poteva intervenire nelle faccende interne di una tradizione.  «Come ti dicevo prima, — continua Monguzzi parlando di questo argomento — ci muoviamo su delle sabbie mobili. In linea di principio vorrei che ci fosse una legge che dice che una ragazza debba andare a scuola senza vergognarsi di mostrare il proprio volto. Ritengo un vero abominio l’idea che una donna non possa far vedere il viso. Però da un punto di vista pragmatico debbo aggiungere che con tutta probabilità una tale legge avrebbe come risultato che i genitori tradizionalisti non manderebbero le figlie a scuola. E così queste ragazze si troverebbero tagliate fuori dall’istruzione e da tutte le opportunità di crescita che questa comporta».  A casa e con il velo, insomma. Giustissimo. Però c’è da aggiungere che forse una proibizione del genere potrebbe anche aiutare a far venir fuori le contraddizioni di una cultura islamica oscurantista. «Forse, — continua Monguzzi — però ritengo più probabile un isolamento delle ragazze provenienti da famiglie molto legate alla tradizione musulmana. In termini molto semplici, il velo glielo puoi far togliere convincendoli, non obbligandoli, perché sarebbe come togliere con la forza ad una persona un pezzo della propria storia».  E quando un pezzo della propria storia porta il nome orribile di infibulazione, la mutilazione della clitoride e chiusura di parte delle labbra vaginali? Lo so che è una pratica che con l’Islam vero, come direbbe il professor Mandel, non ha nulla ha che fare, però in alcuni paesi musulmani dell’Africa p ancora molto diffusa, purtroppo. «Qui il discorso p diverso. Si tratta di una pratica barbara, che non solo deve essere vietata ma anche perseguita. In questo caso siamo in presenza di una violazione della legge italiana che protegge, per fortuna, i cittadini nella loro integrità fisica».


la Repubblica
o il Corano?

Ecco, qui sta forse il nocciolo del problema. Un musulmano, sia esso italiano o straniero, deve obbedire alle leggi dello Repubblica o a quelle del Corano? In una società che, grazie ad anni di lunghe e difficili battaglie civili, si è affrancata (almeno in parte) dalle prepotenze clericali della Chiesa cattolica, non si riaffacceranno, portate da una nuova concezione religiosa, islamica, tentazioni integriste? E su questo terreno, quello dei diritti della persona e della laicità dello Stato, non potrebbe esserci il rischio di una “santa alleanza” tra integralismi, sia pure di segno diverso?  «Ma quale visione clericale dello Stato! — si indigna il professor Mandel. — Vada in Turchia a vedere come può essere laica una nazione a maggioranza islamica. Ancora una volta devo ricordare che ci sono diversi modi di intendere l’Islam... quello della Turchia, e di altri stati simili, e quello, ad esempio, dell’Arabia Saudita».  Il discorso potrebbe continuare a lungo. Anzi è sicuramente destinato a continuare. Ci sono così tante cose da dire e ricordare. Ad esempio che il rapporto tra Islam ha radici antiche e non sempre si è trattato di radici sanguinose, come dimostra il fatto che il Canone di Avicenna è stato libro di testo nelle principali università mediche europee fino al 1640, come mi ha ricordato Gabriele Mandel.  Il problema è comunque complesso e il modo peggiore di affrontarlo è far finta che non esista. E` vero, infatti, quello che dice Carlo Monguzzi, che si cammina sulle sabbie mobili. Quindi tutti, musulmani e non, dovranno far ricorso al massimo possibile di pazienza, intelligenza, buon senso e tolleranza. Ed anche così si incontreranno difficoltà non da poco. L’alternativa è uno Stato di polizia e l’imbarbarimento della convivenza civile. E questo dovrebbe essere ben chiaro a tutti. In modo particolare ai fautori della cosiddetta “reciprocita`”. Se in alcuni Paesi musulmani ci si comporta in modo terribile dovremmo anche noi fare lo stesso? Abbandonare tutte le conquiste liberali che abbiamo faticosamente raggiunto? Questa sì che sarebbe una vera colonizzazione della nostra cultura. La peggiore delle colonizzazioni.




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22 novembre 2006

Compagni, dove siete? I rinnegati del ’68 – esame di un’autocritica semplificata

 

 

Di Marina Valcarenghi (Re nudo, marzo 2001)

 

Avevo uno zio che si chiamava Vico Rosaspina e che aveva fatto il partigiano sparando, e rischiando di farsi sparare, in mezzo alle nostre montagne invase. Quando ero ragazzina una volta mi disse: «Lo sai che adesso essere stato partigiano e` una vergogna? Una cosa da nascondere, come essere stato un assassino. Le brave persone oggi sono quelle che non hanno fatto niente, che magari si sono nascoste aspettando che tutto finisse e poi hanno buttato via la camicia nera». Aveva fatto la guerra in Africa, in aviazione, prima del ’43: «Invece i duelli aerei coi gli inglesi nel deserto, quelli sono oggi molto considerati, sai, quelli fanno fare bella figura». E mi guardava coi suoi grandi occhi chiari, piu` sorpreso che amareggiato. Oggi sono in grado di capire che cosa gli passasse per la testa: e se avessero vinto i nazisti? E se non ci fossero stati italiani fra i liberatori dell’Italia? Come e` possibile isolare solo le situazioni eccessive e facinorose (che ci sono in qualunque guerra e da qualunque parte) e identificare in esse un fenomeno complesso e straordinario di passione civile e riscatto morale come la Resistenza, anche nella lotta partigiana? Come mettere sullo stesso piano chi deportava gli ebrei e chi cercava di impedirlo? Chi invadeva un Paese e chi cercava di liberarlo? Chi portava una divisa vergognosa e chi era vestito di onorevoli stracci? Quell’uomo mi guardava come se il mondo si fosse capovolto e lui non sapesse piu` orizzontarsi. Mi dispiaceva, ma avevo altro a cui pensare, a quindici anni. Oggi mi dispiace in modo diverso, perche´ la stessa esperienza la sto attraversando io.

un fervore di pentimenti

E` successo piano piano, poco per volta, ma e` successo, e oggi se hai partecipato al movimento del Sessantotto, e lo ricordi con fierezza, sei per lo piu` considerato un violento, forse un delinquente, nella migliore delle ipotesi un cretino. Quel passato sembra piuttosto da nascondere, come una vergogna o come un errore di gioventu`, e non e` solo la coscienza collettiva dominante a vedere le cose in questo modo, ma molti di coloro che a quel movimento hanno dato vita. Sono loro i rinnegati, come se si sentissero troppo perdenti per riaffermare la loro identita`, come se per sopravvivere fosse necessario condividere le ragioni dei piu`, o come se di quel tempo riuscissero ormai a vedere solo la parte di ombra.  Ed e` tutto un fervore di pentimenti, quello che vedo, dalla Germania all’Italia, fino agli Stati Uniti. Chi chiede scusa al poliziotto malmenato durante uno scontro di piazza (e il poliziotto, magnanimo, perdona), chi si straccia le vesti davanti ai soldati americani per essere stata pacifista durante la guerra contro il Viet Nam (come se non fossimo stati pacifisti anche per loro), chi in televisione sentenzia che e` stata una terribile buffonata, un raptus di violenza generazionale, una pagina nera nella storia del ’900. Chi si dimentica di averci partecipato, chi fa pubblico atto di contrizione, chi, con un pallido sorriso, si appella a giovanili infatuazioni, dalle quali si e` pero` definitivamente guariti come dalla varicella. Assistiamo a una nobile gara di mea culpae vediamo scorrere una processione quaresimale. Fra questi penitenti riconosciamo, certo, attrici americane, ministri tedeschi, personaggi televisivi, giornalisti famosi, politici riciclati e cosi` via, ma anche tanti onesti, vecchi compagni che non se la sono sentita di bruciare nel rogo da soli.  Come diceva mio zio: le persone perbene sono quelle che stanno a casa ad aspettare che tutto passi e poi si mettono col vincitore. Questa constatazione e` senz’altro ripugnante per me, ma qui non ne faccio una questione morale, ognuno si comporti come vuole e come può. Personalmente sono molto fiera e orgogliosa di avere fatto la mia parte nel Movimento e non me ne importa niente se quando lo dico mi guardano male: in questo caso “spiacere e` il mio piacere”, come dice Guccini, e sto invece aspettando che a chiedere scusa siano loro. Aspetto che gli agenti Pagnozzi, Labruna e il questore Guida chiedano scusa per quello che hanno fatto a Pinelli, aspetto che trovino i responsabili delle stragi e che ci chiedano perdono, aspetto il pentimento di Andreotti, di Cossiga, di Taviani, aspetto le lacrime contrite dei fascisti veneti e il rimorso straziato degli ufficiali di polizia e degli apparati speciali. Aspetto la vergogna di chi ha mandato in galera Sofri e di chi ce lo tiene. Nell’attesa cercherò di ricordare.

dov’era la violenza?

Alla fine degli anni Sessanta la Francia era gollista, col generale ancora vivo, oltre a tutto; in Italia si ordivano periodici tentativi di golpe organizzati da destra e servizi segreti con la compiacenza di ampi strati del pentapartito, in Spagna c’era il fascismo, in Portogallo c’era il fascismo, in Grecia c’era il fascismo, in Germania c’era la democrazia cristiana, in America c’erano la guerra contro il Viet Nam e il problema dei neri: l’Europa almeno non doveva dare grane. E la CIA vigilava. Il movimento di protesta giovanile sbocciato in Europa e negli Stati Uniti nel 1967-68 era nonviolento, antiautoritario, pacifista, antirazzista e antifascista, orientato alla giustizia sociale, alla conquista dei diritti civili per tutti e alla trasformazione della qualita` della vita. Erano comunisti negli ideali. Ricordo male o quei giovani le botte le hanno prese? E anche la galera? Mi sbaglio o li` e` cominciata una guerra violenta contro quel movimento? Vi ricordate i ragazzi e la ragazze ritrovate morte nella Senna dopo gli interrogatori alla “Sante´”? Vi ricordate i giovani americani picchiati a sangue dalla polizia mentre manifestavano seduti per terra davanti al Pentagono? Vi ricordate l’omicidio di Martin Luther King, che era un nonviolento? Vi ricordate il Ku Klux Klan che bruciava le case dei militanti neri con il silenzio assenso delle forze dell’ordine? Vi ricordate Panagulis? Vi ricordate la strategia della tensione in Italia, con le bombe e le stragi, per darne poi la colpa alla nuova sinistra e agli anarchici? Vi ricordate che Valpreda ha fatto anni di galera innocente, vi ricordate che Pinelli e` volato dalla finestra della Questura? Vi ricordate Valle Giulia? Da che parte era la violenza alla fine degli anni ’60?  Compagni, dove siete? Cercate di ricordare, per voi e per i vostri figli, se no tutto prima o poi dovra` ricominciare, e gia` lo stiamo vedendo: qualche mese fa hanno trovato una bomba sul Duomo di Milano e l’indomani era gia` aperta la pista anarchica. Senza memoria di noi stessi e della nostra storia non avremo da lasciare ai nostri figli che le nostre sconfitte. E` contro la violenza delle istituzioni, colluse con il potere mafioso, coi servizi segreti deviati e con la destra eversiva, che il Movimento nel nostro paese ha dovuto organizzare una sua resistenza e reperire un terreno di lotta. Abbiamo dovuto trovare le nostre montagne, le nostre divise e anche le nostre armi (che non erano fucili), ma ci stavano sparando addosso, ve lo ricordate? Che facciano finta di non ricordarlo loro, non sorprende, ma come potete non ricordarlo voi?

figli di puttana o figli dei fiori?

Naturalmente sapevamo che quanto piu` il Movimento sarebbe stato efficace, tanto piu` saremmo stati aggrediti; naturalmente nel nostro modo di reagire abbiamo fatto degli errori, commesso degli eccessi, esercitato delle violenze anche odiose, e questo va riconosciuto, ma possiamo identificare in quegli eccessi, in quegli errori, in quelle violenze, tutta la complessita` di un movimento di riscatto morale e di trasformazione civile come era il nostro? Davvero possiamo accettare di mettere sullo stesso piano chi organizzava le stragi di Milano, Bologna e Brescia, chi metteva le bombe alla fiera di Milano, chi mandava la polizia a sparare nelle piazze, chi si organizzava nella P2, chi prendeva i voti della mafia in cambio della Sicilia e chi tirava i sassi alle manifestazioni o gridava slogan decerebrati? O scriveva vergognosi incitamenti alla violenza? O dava vita a organizzazioni staliniste? O parlava bene della Cina? (Nessun riferimento, qui, alla lotta armata: quelle formazioni militari furono sempre estranee alla stragrande maggioranza del Movimento e gli stessi Comunisti Combattenti se ne dichiaravano fuori; sarebbe delirante identificare il Movimento con la lotta armata, anche se alcuni ci provano). Possiamo considerare allo stesso modo chi stringeva la morsa dello sfruttamento economico e chi organizzava espropri proletari? Vogliamo davvero dimenticare, al di la` delle ombre, la differenza fra chi difendeva una societa` del privilegio e del profitto, fondata su valori oscurantisti e clericali, e chi progettava un mondo di pace, di liberta` e di giustizia sociale? Immagino che non sia questo che volete, ma e` questo che accade, quando si rinuncia ad affrontare la complessita` e si allenta una tensione che sembra insopportabile diventando sbrigativi. Se siamo tutti figli di puttana, in fondo non lo siamo nessuno. La calma che ne deriva non e` di buona lega.

la vigliaccheria dell’autocritica

Io credo che ci possa essere una vigliaccheria anche nell’autocritica, la vigliaccheria di chi non ha il coraggio di fare un autentico esame di coscienza, che nelle situazioni collettive e` sempre complesso, di chi non si assume la responsabilita` di riconoscere e di distinguere. Siamo in ogni caso e sempre tutti delinquenti e non ne abbiamo imbroccata una. Ma Dio e` buono e ci perdona e anche la societa` e` buona e ci perdona e magari finisce a darci un seggio da qualche parte, a destra o a sinistra ormai poco conta. Peccato che siano stati quei delinquenti a ottenere le uniche riforme sui diritti civili: il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza. Peccato che siano stati loro a trasformare i rapporti fra genitori e figli, fra uomini e donne, fra eterosessuali e omosessuali, fra studenti ed educatori. Peccato che siano stati loro a ottenere l’uguaglianza per i neri in America e a diffondere una cultura della pace. Peccato che siano stati quei facinorosi i primi a combattere l’ideologia dei consumi, e gli ultimi a convertirsi alla religione della merce. Peccato che siano stati loro i primi a riaccendere la passione della ricerca interiore nei giovani e a difendere l’innocenza delle canne (non quelle del fucile). E infine peccato che siano stati proprio quei buoni a nulla a evitare che il nostro Paese diventasse definitivamente una de´pendence della Casa Bianca, parlando, scrivendo, cercando di vivere da subito in un altro modo, scendendo in piazza a dire di no, a prendere lacrimogeni, botte, denunce, a subire diffamazioni personali, processi, condanne, galera, in qualche caso a perdere la vita, come Giovanni Ardizzone, Franco Serrantini, Roberto Franceschi, come Fausto e Iaio, Mauro Rostagno, Pino Pinelli e Peppino Imparato e altri che sono rimasti senza nome.

il nostro sogno

Tanto tempo fa abbiamo fatto un grande meraviglioso sogno e, buttandolo nel mondo, cercando di farlo diventare realta`, l’abbiamo anche sporcato, alterato, in certi casi stravolto; abbiamo dovuto fare i conti coi nemici fuori, i fascisti, i democristiani, i benpensanti, le spie, i servizi, la mafia e anche coi nemici dentro, la nostra violenza, la nostra intolleranza, i nostri problemi di potere e le nostre impazienze. Certo. E con questo? Qualunque progetto umano ha una parte di ombra. Prendiamoci allora la responsabilita` della nostra ombra, ma lasciamo vita e forza al nostro progetto per affidarlo sereni a chi viene dopo di noi. Ci sono sogni che non muoiono all’alba, scorrono sul filo delle generazioni e la loro eterna bellezza e` molto piu` grande dei nostri peccati.

 

Libri di Marina Valcarenghi




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21 novembre 2006

Intervista a Matteo Guarnaccia

 

 


Di Italo Bertolasi (Re nudo, aprile 2001)

 

Matteo Guarnaccia, pittore, scrittore, filosofo e maestro della psichedelia. Mi piacerebbe però che fossi tu a definirti in poche parole.
Sono un ricercatore curioso che sta percorrendo il sentiero del cuore.
 

La tua curiosità ti ha portato ad interessarti di culture lontane. Nei tuoi disegni hai fatto rinascere la magia dello sciamanesimo e ci hai avvicinato alla ricchezza celata nella wilderness, lo spazio selvaggio del pianeta e delle popolazioni indigene che la custodiscono. Perché questo interesse speciale per lo sciamanesimo?

La sensibilità e la curiosità dell’artista lo portano naturalmente ad entrare in contatto con altri mondi, con altri stati di coscienza che appartengono anche allo sciamano. Se non teme e osa, si sintonizza con le stazioni pirata della psiche e vede il mondo per quello che è veramente: immenso, desolato e magico. Le prime opere d’arte dell’umanità nascono dai riti e dalle magie degli sciamani. Fin da bambino sono stato attratto dalle opere d’arte della preistoria, restavo sgomento davanti alle riproduzioni dei potenti animali dipinti nelle grotte di Lascaux. Quelle pitture non erano semplici virtuosismi estetici quanto atti di riverenza nei confronti della Vita, strumenti per riequilibrare l’energia del gruppo, ponti tesi dall’artista-sciamano per muoversi agevolmente tra diversi livelli planetari. Questa è l’“arte” che mi appartiene, un’esperienza esistenziale che è allo stesso tempo gioco, viaggio e condivisione. Non mi interessa l’arte vissuta (e venduta) come atto di arroganza, sfida o vanità.

Durante l’atto temporaneo della creazione si acquisisce la saggezza cellulare comune a tutti gli esseri viventi. Quando mi trovo davanti all’abbacinante distesa artica del foglio bianco, la mia spina dorsale comincia a scodinzolare, le mie protesi creative (matite e pennelli) si inturgidiscono e puntano verso l’obiettivo. Inizio a contemplare quel biancore come se mi trovassi dinanzi al mio scheletro. La carta, che è il risultato finale di vari fasi - morte, macerazione e rinascita - è un perfetto terreno per cerimonie sciamaniche. Stendervi sopra i colori, inocularvi lampi di energia fluttuante, significa tracciare nervi, vene, sangue sulle nostre ossa e dar loro nuova vita.


Negli anni Settanta dipingevi tribù di elfi e maghi. Negli anni Ottanta sei passato alle chimere. Ricordo un lavoro per
Panorama dove io avevo fotografato delle modelle che tu avevi trasformato in “chimere” attraverso l’uso dei colori e di “protesi” di pane. Qual è oggi il soggetto che preferisci dipingere nei tuoi quadri?

Dipingo la meraviglia e lo stupore che provo di fronte alla vita. Il corpo femminile, fantastico laboratorio alchemico in cui cresce la vita, è il mezzo visivo più immediato per rappresentare questa metamorfosi continua in cui siamo impegnati. Dipingo il processo evolutivo, cercando di cogliere il magico attimo in cui emerge una nuova consapevolezza, provando a non “fermare la farfalla con uno spillo”. Mi piace l’immagine Zen di uno stormo di anatre che volano sopra uno specchio d’acqua senza preoccuparsi di lasciare traccia. Ecco, cerco di raccontare questo tipo di leggerezza. 
 

Un’altro dei tuoi soggetti preferiti è quello delle ”madonne tantriche” che giocano con sessi giganti che riversano sulla terra schizi di sperma color arcobaleno e magiche ambrosie. Nei tuoi quadri la donna è la grande iniziatrice e la “maestra dell’amore”.
La donna è il riflesso splendente della divinità, è la Dea stessa. Anni fa avevo dipinto una serie di quadri ispirati al tantrismo indiano. Volevo evidenziare l’importanza e la sacralità dell’energia vitale - sessuale e tantrica - che, risvegliata a dovere, mette in moto forze tremende e sconosciute all’interno della nostra mappa genetica. Forze temute e represse dalla cultura giudaico-cristiana che riescono a sgaiattolare fuori in maniera imprevedibile scombinando la realtà programmata. Con quei miei quadri io volevo rendere omaggio ancora una volta alla donna sciamana, alla maga, alla dea madre che amministra questo potere.


Quali sono gli ultimi temi dei tuoi quadri?

Visioni dal confine tra le cose. Un confine che è sempre molto sfumato e che ci avvicina al mondo minerale, vegetale ed animale. Un modo per rammendare quegli strappi antropocentrici - mentali ed energetici - che per troppo tempo ci hanno separato da tutto il resto del Vivente.


Mi vengono in mente quelle deliziose immagini pubblicate su un famoso numero della rivista
Village che ritraggono bellissime fanciulle che hai trasformato in moderne Kali e in Dee Madri, sensuali e pagane. Anche la body painting e la performance fanno parte della tua ricerca artistica.
Tutto è iniziato con il progetto “Chimere”, elaborato insieme a te e al critico Tommaso Trini nell’86. Da quel momento è un continuo passaggio di colori dalla tela al corpo umano. Il lavoro di Village è il risultato di una performance durata tre giorni a Londra presso i Big Sky Studios a metà degli anni Novanta. Londra in quel momento era il luogo in cui era più palpabile il ritorno del paganesimo per le strade. Era normale incontrare ragazze che esprimevano con estrema naturalezza la propria energia selvatica, sacra e sessuale. Stavo studiando il ritorno della Dea e me la sono ritrovata davanti. È stato un evento molto coinvolgente partito da un’impegnativa ricerca storica ed estetica. Le immagini ottenute sono state poi elaborate al computer e sono venute fuori queste icone potenti che hanno scosso parecchia gente. L’evoluzione di questo lavoro di body painting si è espressa poi nei rave, nei workshops meditativi e nei gruppi di crescita - come quelli che abbiamo fatto assieme, i famosi “Bagni di Foresta”, fusione ed effusioni con la Natura e i suoi elementi.


La tua arte nella natura ha avuto anche altri momenti. Hai fatto installazioni nei boschi, hai dipinto e “vestito” alberi e fiumi. Ti sei allontanato dalla città e dai temi urbani e hai partecipato al festival “Solstizi ed Equinozi” all’interno del Parco del Ticino.

Progettare una serie di interventi della durata di tre anni all’interno di una riserva naturale è stata un’esperienza veramente straordinaria. Ho montato un’opera rituale intitolata “Crocicchio” nell’arco di un anno, regolandola con i solstizi e gli equinozi. Ho creato un modello modulare di labirinto, alla cui creazione hanno collaborato attivamente il vento, la pioggia, il fiume, l’erba, le foglie e gli animali del luogo. Ognuno di questi esseri ha aggiunto il suo tocco. Ad ogni fase era collegato un momento di attivazione energetica dell’installazione con suoni, essenze, cibi e bevande. Una vera celebrazione. L’opera è stata completata in quattro stagioni. L’anno seguente ho realizzato “L’Albero del Mondo” (la vestizione di un vecchio affascinante albero che si era appartato vicino ad un fiumiciattolo). Un’installazione nata dal bisogno di rendere omaggio ai nostri fratelli maggiori, le piante, il popolo che sta fermo e con cui possiamo entrare in contatto intimamente. Le piante muoiono dalla voglia di chiacchierare e di passarci delle informazioni. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea che tutto ciò che non segue il nostro ritmo e le nostra modalità di vita sia diverso da noi.


Vorrei ricordare adesso il Matteo scrittore. Uno dei grandi meriti che ti riconosco è quello di esserti rimboccato le maniche per fare un po' l’archeologo dell’Underground Italiano. In questi ultimi anni sei diventato la “memoria storica” della controcultura italiana e di quell’area scomoda e sconosciuta degli hippies, degli artisti psichedelici, dei “vagabondi del dharma” e dei “barboni zen”. Vorrei chiederti dove vuol arrivare questo impegno letterario?

Premetto che ho sempre letto moltissimo, considero il libro come uno degli strumenti più efficaci per la modificazione della coscienza. Non ho mai sentito il bisogno di esprimermi con la parola scritta sino alla metà degli anni Ottanta. In quel momento ho sentito il prepotente bisogno organico di raccontare un’esperienza esistenziale collettiva che si stava cercando di cancellare con ogni mezzo. Niente a che fare col museo delle cere degli anni Sessanta, con le nostalgie lacrimevoli puntualmente messe sul mercato e cannibalizzate da moda e pubblicità. Parlare di psichedelia significa essenzialmente seguire i fili di una cospirazione sotterranea che nel corso del tempo ha mutato abito innumerevoli volte, cercando di armonizzare il sociale col biologico. Un movimento scomodo, tumultuoso, guardato con sufficienza e terrore dal potere, distorto e sbeffeggiato dai suoi lacché.

È venuto il momento di riconoscere, al di là delle scontate banalità, che la controcultura è stato l’ultimo grande movimento d’avanguardia del Novecento. In Italia sono stato il primo ad iniziare questo lavoro di storicizzazione, nell’88, con il saggio Arte Psichedelica e Controcultura, stampato grazie all’entusiasmo dell’eroico Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, una persona che non ha mai tentato (come purtroppo hanno fatto molti) di rifarsi una verginità rispetto agli scomodi, impudenti e, per molti versi, imprudenti anni della controcultura. Il volume, contrariamente alle più rosee previsioni, è andato subito esaurito e i lettori che lo hanno scelto non erano, come immaginavo, i “vecchi”, ma invece ragazzini di 16-20 anni che si sentivano scippati di quella parte di storia, di libertà e di conquiste di cui sentivano in qualche modo di fare parte.

A quel libro ne sono seguiti molti altri: due sull’underground olandese, un movimento fondamentale e misconosciuto (Provos e Paradiso Psichedelico); uno Summer of Love, sulla scena di San Francisco; un’imponente Almanacco Psichedelico che è diventato un vero cult; un testo di lettura esoterica sul fenomeno Beatles, Magickal Mystery Book; e altri due sulla scena italiana Beat e Mondo Beat e naturalmente l’ultimo, Underground Italiana, una storia raccontata attraverso la voce diretta di alcuni dei suoi partecipanti (vedi Re Nudo ...).

Anch’io sono convinto che in quegli anni era fiorito, come tu dici, una specie di “zen di città” molto laico e molto occidentale, che non voleva scimmiottare altre esperienze esotiche, non aveva bisogno di padrini politici o spirituali. La mia ricerca storica ha a che fare con la nascita degli Hippies, l’espressione di un nuovo tribalismo che si affermava nel cuore delle società più strutturate e tecnologiche del pianeta. Un tentativo di decondizionamento dai cattivi spiriti dell’Occidente. Come ogni tribù anche i figli dei fiori avevano propri usi e costumi che sono stati letti per lo più banalmente, come una delle tante mode giovanili. Questa storia ha ancora molte cose da svelare e spero che questo mio impegno di scrittura sia raccolto anche da altri. Potrebbero allora nascere interessanti riletture intorno al tema del “Viaggio”, del “Neo-Paganesimo” e della Rivoluzione Sessuale. Tutto è stato banalizzato nella sciocca formuletta “sex and drugs and rock'n'roll”. Per correttezza si dovrebbe sostituire il termine sex con “intima comunicazione sensoriale e spirituale tra individui”, drugs con “esperienze di stati allargati di coscienza” e rock'n'roll con “libera espressione delle energie creative presenti in ogni essere umano".

Abbiamo alle spalle molti fratelli maggiori, dai preraffaelliti ai simbolisti, dai dada ai surrealisti, dalle scuole tantriche agli anarchici visionari di Monte Verità, Daumal e Blake, i Misteri Eleusini e Altdorfer, Yen Hui e Jarry... No, non è stata una moda giovanile, come vogliono farci credere. Esiste una storia parallela del pianeta che non è fatta di guerre e accaparramento di risorse, una storia mistico-evoluzionista che è nostro dovere far conoscere.


Ti conosco troppo bene per non immaginarti, nel terzo millenio, proiettato verso nuove avventure. Ce le puoi raccontare?

Mi piace l’idea di mettermi a fare il “bardo” per aiutare a risvegliare la nostra anima creativa e poetica. Per aprirci a un nuovo modo dove trionfi la fratellanza e la comprensione (o perlomeno un decente sentimento di buon vicinato). Spero che nessuno debba essere costretto a rinunciare alla sua buddità infantile. Attualmente sto facendo dei reading di poesia visiva in Italia, Svizzera, Francia e Inghilterra. Sento che la poesia è ancora in grado di “minare” le menti in questo mondo rischiarato dai bagliori elettronici, ma sempre più spento e sempre più anonimo. La guerriglia psichica continua.

Sto disegnando oggetti, dipingendo barche, ritagliando banconote per fare pupazzi magici, leggendo Apuleio. La mia arte è un cocktail alchemico di poesia che corre fischiettando e che danza. Il mio compito è rendere praticabile la Visione.

 

Libri di Matteo Guarnaccia

Libri di Italo Bertolasi




permalink | inviato da il 21/11/2006 alle 14:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

12 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 5 – un fenomeno culturale)

 
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

[…continua da 4 – la rivoluzione]

 

Majid Valcarenghi:C’è una cosa che non mi torna nella liquidazione del fenomeno culturale del Sessantotto, che non è fenomeno politico. Per quanto riguarda il fenomeno politico io in parte concordo con il paradosso di Mauro (Rostagno) che diceva “per fortuna che abbiamo perso”, mentre dal punto di vista della modificazione della cultura, intesa dal punto di vista esistenziale, della ricerca, del mettersi in gioco, io credo che un segno forte ci sia stato, che ha modificato una generazione in modo preciso. È vero che adesso  tutto è sfumato. Io con i “papaboys” non sento nessun collegamento, anche se è vero che in molti di loro ci sono le istanze ed i bisogni che giustamente gli attribuivi. Però come comportamento di massa, di individui tutti insieme, io sento l’assonanza al pubblico dello stadio, sento l’assonanza al “Cantagiro”, al fan, al meccanismo d’identificazione con la grande regia dello stadio, la grande regia vaticana, che ha mixato la politica con lo spettacolo, ed ha creato questa gigantesca macchina di consenso. Non ci sento assonanza con quella energia che pervadeva le piazze, gli stadi ed i palalido dell’epoca, anche se accompagnati dal nostro delirio ideologico. Ci sento la grande diversità tra chi facendo errori era comunque protagonista e ricercatore di qualcosa, pur nel suo essere massa, e chi è spettatore.

Adriano Sofri: Secondo me siete troppo unilaterali e temo che questo dipenda dal fatto che noi siamo troppo disillusi, troppo ingenerosi; questi ragazzi, proprio quei due milioni li, ai miei occhi somigliano molto di più a “Re Nudo” di Parco Lambro che ai raduni di fedeli nell’altro anno santo che io mi ricordo, portati dalla Federconsorzi, da Bonomi, capisci? Quei ragazzi, che sicuramente hanno una regia... ma sono dei ragazzi che stanno nei sacchi a pelo, che cantano, e tutto questo veniva strumentalizzato, eterodiretto, tutto quello che vuoi, ma quella notte lì, mi hanno detto che hanno scopato in numerosissimi nei sacchi a pelo...

Giorgio Gaber: Questa è una delle poche buone notizie.

Adriano Sofri: Buonissima; moltissimi di loro erano arrivati a Tor Vergata non in comitive organizzate ma come persone che fanno insieme delle cose con una forte identificazione. C’è un aspetto prevalente che è quello che dici tu ma c’è anche un altro aspetto, e uno deve vederlo, altrimenti rischia di considerare avvenuta una mutazione antropologica tale che stai avendo a che fare con un altro genere vivente. E secondo me non è così. Questa storia del gregarismo e delle masse fa veramente impressione: guarda gli stadi oggi. Il fascismo e le guerre in Europa hanno oggi come incubatrici gli stadi di calcio. Nella ex Jugoslavia, che io conosco molto bene, è così che si sono organizzati; ancora oggi le cose più importanti lì avvengono negli stadi di calcio ed in subordine in quelli di pallacanestro. Questa impressione allarmante che fanno i musulmani, cioè gli appartenenti a Paesi musulmani, non i musulmani di religione, è in parte giustificata secondo me: dev’essere trattata senza posizioni di principio, ma è al tempo stesso spaventosamente maltrattata da questa specie di semirazzismo invalso, alla Biffi. Però, ad esempio, l’influenza dell’immagine della preghiera musulmana è impressionante: queste schiene che si piegano e questi piedi, la scomparsa delle facce in un unico genuflettersi; io andai in Iran al tempo della cosiddetta rivoluzione e vidi lo spettacolo dei milioni di persone, maschi, che si genuflettevano così; è una rappresentazione come mai si è avuta nella storia del mondo di questo gregarismo e di questa massificazione di cui parlavamo. Stalin, la Piazza Rossa, persino Tien An Men non sono niente di fronte a questo spettacolo che tiene insieme un mondo in cui la grande maggioranza della popolazione ha meno di quindici anni, questa specie di spettro demografico con questi comportamenti. Questo punto è assolutamente essenziale nel misurare il fantasma che oggi è, come si diceva, “uno spettro si aggira oggi per l’Europa”. Sulla regia volevo dire questo, una cosa che mi ha fatto molto piacere pensare all’indomani di Tor Vergata: in questa cosa da fans, che non è assolutamente dissimulata ma quasi scontata, col papa che fa l’uomo dello showpiù importante del mondo, anche li con una certa ambivalenza, si paga un certo prezzo. Questo papa ha potuto fare questo non perché ogni papa può fare questo o perché ogni regia accorta può fare questo: l’ha fatto nonostante l’imbecillità dei suoi manager. Quando questo papa morirà, cosa che forse non succederà mai, e bisognerà sostituirlo, la Chiesa cattolica, cioè questa grande Istituzione della potenza terrena, sarà messa di fronte a questo dilemma, cioè lo Spirito Santo dovrà risolvere questo problema: o nominare un papa che segni la riappropriazione completa, che sta avvenendo già in questo periodo, della Curia, della gerarchia e degli apparati messi in difficoltà dal personalismo travolgente e carismatico di questo papa (e fare questa cosa significa sicuramente perdere gli spettatori, cioè al prossimo spettacolo non si vendono i biglietti), oppure sceglierne uno che possa far sperare che possa portare due milioni di ragazzi, o come a Manila tre milioni, si dice il più grosso raduno mai avvenuto, cioè l’incubo più grosso. Per fare questo devi sceglierne uno che sia così, in una storia diversa ma che abbia caratteristiche tali che possa far ballare due milioni di persone.

Majid Valcarenghi: C’è la congiuntura che questo papa s’è sostituito alla mancanza di politica verso il Sud del mondo da parte della Sinistra.

Adriano Sofri: Ma perché dici una mancanza di politica verso i Paesi poveri? Lui s’è sostituito a tutto! S’è sostituito all’inefficienza dell’anticomunismo, dando una bella botta al fortunatissimo crollo del Comunismo; s’è sostituito alla critica del Capitalismo e del Consumismo diventando il capofila di Rifondazione; s’è sostituito a quello che dicevi tu.

Majid Valcarenghi: E poi ha rilanciato sul piano della conservazione, sulla morale, coprendo anche a Destra, ha raccolto dappertutto, creando il totale appiattimento (quello che io chiamo il partito papista, il 90% della politica italiana, per non parlare poi del mondo), per cui non può uscire niente se non dal grande vecchio e isolato intellettuale che può dire quello che vuole, e c’è un’omertà, una banalità spaventosa. Vasco Rossi era stato invitato anche lui a fare un concerto per il papa, e lui ha detto di no, che non ci pensava nemmeno. Era una notizia giornalistica, ma non è uscita da nessuna parte! Giorgio: Hai fatto prima un parallelismo tra questo raduno di Tor Vergata e i raduni di Re Nudo... Adriano: Ho detto che, se tu li confronti, questi due milioni da una parte con il massimo che a lui [Majid, ndr] sta a cuore, perché io a Parco Lambro li avrei fatti bastonare (scherzo ovviamente), anche se ovviamente allora ero, come dire, reazionario, non dei più ma abbastanza: scherzo però allora avevamo una formazione ed una cultura mostruosa per esempio sulle cose sessuali, lasciamo perdere... Io non ho nessuna colpa per le incriminazioni per cui sono oggi in galera, però poi le vere colpe le ho in quel campo li; alcuni di noi erano veramente nemici di “Re Nudo”, scandalizzati, indignati, altri di noi erano più protettivi, tra cui io, anche perché io ero molto più amico, di loro, di Mauro. Quando qualcuno se la prendeva con quest’ala allora intervenivo, ma io ero un bischero che faceva il segretario.

Giorgio Gaber: Io a quell’epoca feci anche qualche concerto per Lotta Continua, diedi qualche soldo, mi ricordo di Gigi Noia...

Adriano Sofri: Gigi Noia è l’assassino di Calabresi. Quasi tutti quelli di Lotta Continua sono assassini di Calabresi ma Gigi Noia sarebbe in galera con me oggi, perché era imputato dell’omicidio Calabresi, se non avesse avuto un colpo di fortuna spaventoso, e cioè delle fotografie con data, di quelle che si facevano con la Kodak e che sono state ritrovate, che hanno fatto da alibi perché Marino aveva detto che era lui il basista dell’omicidio Calabresi, descrivendolo glabro, mentre lui aveva queste fotografie con un barbone come ha sempre avuto e con la data. Capisci?

 

Ci ringraziamo tutti e ci abbracciamo, infilando i cappotti. Giorgio chiede ad Adriano se lui ha piacere di un’altra visita eventuale. Adriano annuisce, “se siete voi che venite a trovarmi, ma ho intenzione di dimettermi presto dalia condizione di detenuto. Farò qualcosa ad oltranza”. E si va via con il gelo nel cuore. Ma come rispondergli con qualcosa che avesse un senso!

 

PER APPROFONDIRE:
Libri di Adriano Sofri
CD di Giorgio Gaber
Libri di Majid Valcarenghi




permalink | inviato da il 12/11/2006 alle 15:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

11 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 4 – la rivoluzione)

 
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

 

[…continua da parte 3 – il grande fratello]


Giorgio
Gaber: Ma tu hai pensato veramente che si facesse la rivoluzione? Adriano Sofri: È difficile dire; c’è una cosa che scrivevo l’altro giorno a Guido Viale. A quell’epoca noi non avremmo potuto discutere una domanda come quella che stai ponendo adesso tu, era una specie di tabù perché non l’avremmo discussa tra noi e noi, cioè avremmo represso dentro di noi il dubbio che non si dovesse fare la rivoluzione. Questa era la premessa, dopo di cui veniva il decalogo dei comandamenti. Ciascuno, ancora di più noi che eravamo i cosiddetti leader, io poi ero uno di una sicurezza straordinaria, ero l’incarnazione fisica e simbolica della rassicurazione data ad altri ma naturalmente dentro di me sentivo fortissimo questo peso ottundente della responsabilità e naturalmente del dubbio, cercava di essere all’altezza del ruolo, ma anche che la cosa fosse all’altezza di se stessa. Dicevo che Guido Viale mi ha mandato una cosa da leggere, lui è sempre molto intelligente, uno dei più bravi e poi gli voglio molto bene, una sorta di memoria di tutta la sua vita, bella: mi è tornato in mente che una delle rarissime volte, ma anche con Mauro Rostagno una volta successe (erano poche le persone con cui poteva succedere allora), che una notte alla fine di chissà quale impegno di questi che ci tenevano a fare gli straordinari (la nostra vita era un unico straordinario), eravamo rimasti, non so perché se per qualche macchina che ci aveva dimenticati o benzina che non c’era, seduti sul bordo di un marciapiede sfiniti, io e lui. Un po’ prima dell’alba, in una città vuota, mi ricordo che, non so per iniziativa di chi, credo mia, quella volta esplicitamente noi ci siamo detti: ma può succedere veramente questa cosa? Dopo non siamo andati molto avanti, però la cosa era stata detta, il seme della dissoluzione era stato non gettato ma era caduto li.

Giorgio Gaber: lo ho sempre avuto un’idea diversa, io non ho mai pensato alla rivoluzione, ho sempre pensato ad una rivoluzione culturale, questo mi aveva affascinato di voi, essendo un po’ più grande, io mi ero accostato e voi eravate già partiti. La cosa che più mi aveva affascinato era l’atteggiamento mentale diverso rispetto al resto e quindi pensavo che questo avrebbe cambiato le cose.

Majid Valcarenghi: Però scusa, questo c’è stato: adesso è finito, però ha influenzato e modificato una generazione.

Adriano Sofri: Sì, però modificato non vuol dire la rivoluzione; la rivoluzione a cui noi pensavamo era accontentarci, postumamente, dei cambiamenti che ci sono stati e che spesso sono avvenuti nonostante noi. Per esempio i cambiamenti nella vita sessuale, nelle libertà: noi eravamo contemporaneamente molto più liberi della società in cui ci muovevamo, ma molto più pieni di pregiudizi di qualunque persona venuta da altre esperienze o arrivata dopo. Io sono contrario ad abbellire le cose, per esempio per quel che riguarda me, che ero pieno di pregiudizi, ma la cosa principale è che noi veramente pensavamo alla rivoluzione come ad una radicale conversione: quando noi diciamo l’”Uomo Nuovo”, come diceva peraltro mezzo socialismo internazionale usando un linguaggio tipicamente cristiano di rinascita, di rinnovamento, di conversione, cioè un mutamento radicale di sé, era una cosa in cui credevamo fortissimamente. Noi pensavamo davvero che il mondo, e noi stessi con lui, potessero essere rifatti da capo a fondo; e questa è una cosa tipica delle esperienze rivoluzionarie e di rinnovamento radicale che ciclicamente si sono presentate. Quando tu scopri che questa cosa non solo non succede ma rischia di provocare dei guai disastrosi, cioè che un’utopia così forte rischia di tramutarsi in una cosa violenta, totalitaria, in una sopraffazione, in una perdita di sé, il rischio è che tu tramuti in buon senso questa specie di ragionevolezza anti chirurgica che ti prende ad un certo punto, omeopatica, cauta, circospetta, perché sei un convalescente. Il rischio è che questa convalescenza, assolutamente salutare, necessaria, si tramuti a sua volta in un eccesso, in troppa grazia; e cioè che ci faccia accettare l’assurdità del mondo così com’è. Il mondo così com’è è assolutamente intollerabile, se tu ci pensi per due ore di seguito diventi matto, devi interrompere ogni cinque minuti, la fame nel mondo, i bambini, l’Africa, l’aids, le guerre: puoi prenderne solo un pezzetto e amministrarlo nella tua vita normale in questa parte del mondo perché altrimenti puoi solo darti fuoco oppure correre nudo con la dinamite intorno alla pancia contro un sottosegretario. Io temo che in questa convalescenza molti abbiano lasciato le penne, in un certo senso anch’io forse in una certa misura. 

Giorgio Gaber: Siamo guariti insomma...

Adriano Sofri: Siamo guariti a tal punto da diventare rassegnati apologeti; io voglio bene anche a quelli di bocca buona e i più facili, quelli più amaramente rassegnati a questo, persone così spaventate della chirurgia da non accettare di operarsi nemmeno quando non riescono più a muoversi. Quando tu descrivi il mondo, come hai cominciato a fare quasi per scherzo adesso qui, e lo descrivi facendo due passi di lato e vedendo a quale punto di assurdità, di iniquità, di violenza, di sofferenza è arrivata la macchina che nessuno più guida (perché tu puoi dire le multinazionali, puoi dire Clinton, puoi dire Bush, ma non [a guida nessuno), una macchina la cui inerzia è superiore a qualunque capacità non solo di controllo ma anche di comprensione, e contemporaneamente sai che se affronti questo problema, se dichiari in tutta la sua portata la malvagità e la perversione del mondo così come va, ti privi della possibilità di mettere un po’ di riparo alle cose che hai di fronte. Cioè sei rimesso di fronte all’eventualità della rivoluzione avendo scoperto che non funziona, che non ce la fa, perché questa forza d’inerzia della macchina che fa si che altri allegramente trascinati verso l’abisso proprio ma soprattutto altrui, è una forza d’inerzia superiore alla tua stessa capacità di guidarla da un’altra parte. Dunque una generazione come la nostra, la generazione dei viventi di oggi in questa misura spropositata, superiore, dicono, all’esistenza di tutte le generazioni precedenti (quando si fa il giudizio universale i vivi sono più di tutti i morti che sono venuti prima) non può porsi nei confronti del destino della terra, di sé stessa, degli altri animali se non il fine della riparazione. Cioè non può immaginarsi né soluzioni dei problemi, né ricreazioni, né rivoluzioni, mentre questo mondo, questa macchina, nel suo percorso centrale ha trovato la propria parola d’ordine invincibile e trionfale nella “rottamazione”. La rottamazione è esattamente il contrario, tu pigli e butti via, aumenti la discarica che si sta ingrandendo e mangiando quella parte che non è di discarica, a scapito della riparazione. Io sono uno, alla mia età, che ha memoria e immediatamente nostalgia per il calzolaio che risuola le scarpe, della vecchia automobile (io non ho mai avuto la patente) scassata e riparata con i pezzi di ricambio trovati dallo sfasciacarrozze. Leggevo oggi sul “Sole 24 ore” (non perdo niente qua dentro, non ho più la cultura ma ho una quantità di notizie vertiginosa, chiuso in quella cella) le notizie sulle vendite di automobili in Italia, che ha superato tutti i record nell’anno trascorso; è abbastanza impressionante ma il mercato dell’usato è ormai ridotto al lumicino e tutti quanti comprano auto nuove: e c’è una crescita di cilindrata, di velocità, poi tutti fermi per 130 chilometri. Io con le auto non ho avuto bisogno di pentimenti perché non ho mai cominciato la carriera, ero felicissimo quando noi bloccavamo la carriera. Questa è la cosa: un mondo assolutamente pieno dalla nostra parte; noi abbiamo la caduta demografica ma quello è un criterio assolutamente sbagliato per valutare il rapporto fra esseri e spazi a loro destinati. Noi abbiamo un incremento di automobili che è la vera natura della nostra longevità e caduta di natalità; abbiamo due automobili a testa, ferme, che occupano spazio, e contemporaneamente cessiamo di riparare l’automobile precedente anche se è ancora nuova e può andare per altri 300.000 chilometri, troviamo tutti gli argomenti, gli sconti favorevoli alla rottamazione e all’acquisto di nuove auto.

Giorgio Gaber: Quindi la “rottamazione” in 12 contrapposizione alla “riparazione”.

Adriano Sofri: Secondo me sono i due criteri opposti della vita di ciascuno di noi; naturalmente si applica anche a noi, che possiamo personalmente essere rottamati (come succede ad una grandissima parte della popolazione umana mondiale) cioè buttati via, calpestati, ridotti ad un pacchettino perché non ingombri e sostituito da un altro. Per esempio la tecnica dei trapianti: è promettente, non me la sento di prendermela con gli studi sul genoma che permetteranno di superare le malattie genetiche (ho delle persone care che potrebbero essere curate con queste cose qui; il papa se gli dicono che con le cellule embrionali del nostro fratello surgelato si potrebbe risolvere il Parkinson pensi che non ci penserebbe? Io ci penso per lui). Dunque la rottamazione è il criterio vincente di una società che sa benissimo che moltiplicare per il numero dei cinesi l’esistenza di automobili, ferme in parcheggio o ferme in coda, significa immediatamente la fine del mondo. In Cina, che forse sono un miliardo e trecento milioni, ma forse di più, come dicono altri, perché non si fa il censimento da tempo e perché da tempo è del tutto occultata la presenza di neonati per via di questa tassa anti crescita demografica, da una decina di anni a questa parte hanno cominciato ad essere applicati nei centri metropolitani i divieti alla circolazione delle biciclette perché intralciano il traffico automobilistico. Questo per dire che questa assurdità o la guardi in faccia e allora puoi solo ritirarti, impazzire, morire, diventare santo, qualunque cosa, fare come te un concerto dei tuoi, sostanzialmente diventare matto, oppure non la guardi in faccia e fai il tuo pezzo di cosa, ripari il tuo pezzetto di cosa.

Giorgio Gaber: Ti aggiusti.

Adriano Sofri: Ti aggiusti, salvi la vita di quello, adotti quell’altro, disinfetti le ferite. Secondo me il problema della rivoluzione era questo. Per questo io penso che siamo stati l’ultima generazione, tra l’altro attardata, che ha potuto desiderare la rivoluzione, e immaginarsi il cambiamento in forma di rivoluzione.

Giorgio Gaber: Scusa se torno su questo argomento, ma tu non ha la sensazione che il Movimento parta non legato alla rivoluzione marxista, ma parta abbastanza spontaneamente antiautoritaristico, anticonsumistico e poi diventi decisamente di sinistra?

Adriano Sofri: Essere di sinistra allora era abbastanza automatico, ma è ovvio che non eri marxista.

Giorgio Gaber: Ma il tuo comunismo da dove viene?

Adriano Sofri: Qui le storie erano diverse. Il mio comunismo non era male. Ero anti-stalinista dall’infanzia per una specie di merito familiare.

Giorgio Gaber: Non intendevo chiederti questo. Tu sei in quell’epoca del rifiuto. Questo rifiuto è immediatamente politico oppure passa attraverso un rifiuto più generico che poi diventa politico?

Adriano Sofri: Sicuramente. La politicizzazione nel senso in cui parli tu è stata una cosa progressivamente imposta a questo Movimento che ha finito per soffocarlo. Siamo stati stupidi, abbiamo accettato di irrigidire sempre di più questa cosa con una dinamica abbastanza usuale che non ci faceva migliori di altri. Accettando come inevitabili i condizionamenti esterni, cioè che il nemico, invece di essere semplicemente un nemico con cui poter confrontare modelli diversi dell’esistenza umana e di organizzazione sociale, ammazzava la gente, e quindi bisognava essere in grado di contrastare un nemico che metteva una bomba a Piazza Fontana. E però era un alibi anche questo, solo che noi non lo sapevamo; eravamo stupidi, limitati.

Giorgio Gaber: Vietnam, Piazza Fontana, queste cose hanno portato verso quella parte. Io stavo pensando se questo Movimento non avesse ricevuto un condizionamento di tipo vecchio. Nasce con l’idea di un rifiuto.

Adriano Sofri: a differenza che oggi, per i più interessanti ragazzi di oggi, nasce da una voglia di rivolgimento, di rifiuto dell’ingiustizia, di rifiuto della mancanza di libertà. Secondo me erano due le cose: la fame nel mondo, l’intollerabilità di questo dolore, e la voglia di libertà. C’era questa volontà d’identificazione con il molto distante, con gli antipodi, e anche questo aveva i suoi pregi, ma alla lunga il suo grande difetto, la perdita di vicinanza, di carità per il prossimo, per quello vicino a te. A me pare che i ragazzi più interessanti di oggi abbiano invece fin dall’inizio questa specie di delimitazione del loro orizzonte verso il prossimo, che è quello del sapere di chi ti stai prendendo cura, e chi si sta prendendo cura di te.

[continua…]


PER APPROFONDIRE:
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permalink | inviato da il 11/11/2006 alle 19:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

10 novembre 2006

Colloquio in carcere tra Sofri, Gaber e Valcarenghi (parte 3 – il grande fratello)

 
a cura di Antonio Priolo (Re nudo, marzo 2001)

 

[…continua da parte 2 – Il progresso e le masse; La questione femminile]


Giorgio
Gaber: “Il Grande Fratello” ha fatto sedici milioni di ascoltatori e questo lo hai visto: tu non credi che i colpevoli, che sono Gori, gli inventori, gli autori, coinvolgano la gente a tirar fuori il loro peggio ma che un bisogno di senso la gente ce l’abbia ancora?

Adriano Sofri: Ma guarda che io non ne dubito affatto, anzi sono convinto che quella che chiamiamo la “gente” sia come noi; questo che tu dici bisogno di senso, piacere nel trovare un senso alla propria vita e al rapporto con gli altri, sia la cosa che anima le persone, comprese le stronzate. Guarda, io che sono un moderato disfatto...

Giorgio Gaber: Un moderato disfatto?

Adriano Sofri: Sì, in via di disfacimento; che ci fossero delle cose che facessero simpatia anche nel “Grande Fratello”, dei meccanismi che nonostante la formula, che era veramente tesa a far dare alle persone il peggio di sé, e questo lo si vede praticamente quando le persone escono e nelle orrende trasmissioni televisive cui partecipano sono già migliori di se stessi dentro la casa, Quello è il meccanismo della cosa, un esperimento sadico che altrove solo gli psicologi hanno fatto chiudendo le persone in laboratorio, e che ora diventa la cosa cui aspirano tutti i ragazzi. Per esempio in galera, che è un posto così abominevole che qualunque attenuazione del rifiuto di questo posto, del disprezzo assoluto, dell’odio assoluto per questo posto, qualunque uso metaforico della galera vanno combattuti. Io sono qui dentro da quattro anni, con una pausa di qualche mese durante il quale ho vissuto il processo che è ancora peggio che stare qui, perché aspettavo sempre una tappa invece adesso ho chiuso: nei rapporti interni ad un posto come questo, tutti da quelli con i carcerieri, a quelli naturalmente con i carcerati, con questa popolazione che è una specie di deposito di feccia finale del bicchiere, i malati gravi, i ragazzi italiani tossicomani, i cosiddetti extracomunitari, giovani, poveri, senza nessuno, senza avvocati, c’è una specie di dimostrazione in negativo di che cosa potrebbe essere la vita delle persone in situazioni in cui la vita sembra pregiudicata, senza scampo. In tutti gli ultimi anni della mia vita ho fatto, un po’ per scelta e un po’ per costrizione, comunella con persone che si trovavano in questa situazione: ho passato tre anni a Sarajevo, un lungo periodo in Cecenia, poi sono stato in posti meno tragici ma simili. Dunque con persone la cui vita era destituita di ogni dignità proprio dalle radici minime, materiali, alimentari, sanitarie, igieniche, la cui incolumità personale era messa a repentaglio momento dietro momento; anche qui dentro. E contemporaneamente persone nei cui comportamenti, nei cui pensieri e nella cui condizione c’è l’eventualità che la vita sia altra, che una specie di chiarezza maggiore su come potrebbe essere la vita emerge fortissima, che è la ragione per cui uno ci va volentieri, tranne la galera ovviamente. Il mio era un privilegio, io andavo in questi posti con un biglietto di ritorno in tasca, mentre qui c’è solo l’entrata.

Giorgio Gaber: Per questa gente è normale che ci sia la ricerca di un senso, però anche quelli che hanno goduto al “Grande Fratello” hanno bisogno di dare un senso alle cose, e sentono che il “Grande Fratello” non ha senso.

Adriano Sofri: Non so se lo sentono. Il mondo in cui noi siamo accontenta le persone persino imponendo dei desideri di cui poi si accontentano, desideri deviati, fessi, ottusi; però appena arriva una minaccia seria allora torna una specie di superstizione. Io a volte considero superstiziosi anche loro, questi nostri amici: questa specie di combinazione squadernata delle ultime pagine della rivista “Re Nudo”, questo mercatino di tutte le cose collegate tra loro per rappresentare una vita alternativa, delle abitudini alternative, una cultura alternativa; anche questa a volte mi sembra “superstiziosa”. Certo la più benevola nei confronti del proprio prossimo, quindi la meno incriminabile. Gli animali umani sono sempre, come diceva il tragico greco, meravigliosi e orribili. La vera differenza sta nel fatto che noi ad un certo punto abbiamo pensato che si potesse scegliere un corno del dilemma e darsi da fare perché le cose fossero meravigliose, rifiutandone l’orribilità. Dopodiché, forse per ragioni di pura fisiologia, come sostiene qualcuno, forse per ragioni molto più ragionevoli, come io penso, purtroppo abbiamo dovuto accorgerci che bisogna scegliere aggettivi meno estremi, misure più premurose, più affabili, persino che limitassero il danno piuttosto che cercarne il massimo. Il punto mi pare è che quando si rinuncia alla rivoluzione, come io ho fatto avendovi molto investito e contando veramente di farla, avrei dato la vita, come si dice (e in un certo senso l’ho data ma con una scadenza sbagliata!)...

[continua…]
 

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